La strana abitudine. (Non si danno nomi alle vite immaginate)

Marta aveva una strana abitudine nei primi giorni di primavera, che andava oltre le comuni pulizie del cambio di stagione. Da una settimana circa doveva pulire la superficie più alta della casa, un armadio alto quasi 3 metri, su cui la polvere si depositava incurante delle stagioni, delle scarpe sul pavimento, degli oggetti, delle assenze e dei ritorni.
La settimana doveva essere quella precedente, ma le piccole crisi depressive la lasciavano vuota e stanca, incapace di arrampicarsi su una scala a pioli. Non era patologia, erano solo  piccoli aghi conficcati nei punti giusti dei nervi, come nella medicina cinese. I punti della tristezza, i punti dell’assenza. Alessandro se n’era andato all’inizio dell’autunno, senza troppi lamenti e con un sorriso sempre più diritto, portandosi dietro i suoi muscoli ancora tonici nonostante la malattia, e 56 anni di luminosità instancabile, di facinorosa voglia di vivere che si espandeva come l’acqua in tutti gli angoli, della casa e di Marta.
Dopo che lui era andato via, lei semplicemente era tornata indietro a prima di conoscerlo. Un processo semplice, che non aveva alcun bisogno di costosi strizzainconsci. Era tornata indietro a quando la gioia di vivere le sembrava un gioco da polli, da poliziotti inconsistenti che la domenica portano i figli allo stadio liberandosi della divisa da stipendio pieno con contributi pensionistici. Dall’alto della sua profondità ansiogena altoborghese, a 25 anni era il tormento la sua vocazione, il silenzio e il tormento. Ma vuoi mettere, quando l’ego tirava fuori il meglio di sé con una promozione, un’idea geniale, una soddisfazione intellettuale non retribuita che faceva scattare gli applausi sulle briciole di sé che lasciava su Facebook?
Era tornata indietro, perché il futuro non le apparteneva più. Non aveva più paura della morte, dopo che Alessandro era andato via. Il peggio è passato, si diceva. Il male è di chi resta.
Nell’ansia altoborghese che era ritornata su come un geyser rimasto intrappolato tra le pietre di zolfo, aveva scritto delle lettere a persone del suo passato. Amiche, amori, parenti lontani che ne assecondavano i tormenti quando ancora si aveva il tempo di farlo. Oltre che una pratica patetica, di una povera vedova con gli aiuti sotto forma di gocce, era per lei una ricerca scientifica, statistica, una sfida. Chi avrebbe mostrato compassione? Chi avrebbe fatto finta di nulla? Chi avrebbe cestinato la mail, a chi sarebbe finita nello spam. Troppe variabili per una grammatica dei sentimenti rigida come la sua.
Ne aveva spedito solo una, che fatte salve cancellature e negazioni sbarrate, nella brutta copia faceva così:

Non so come iniziare, dopo tutto questo tempo.
So che ora che la mia vita è finita, perché non mi sono mai interessati i fiori di primavera e l’osservare il cerchio del sole sulle panchine del parco, ora che ho 60 anni e la mia vita è finita, ho voglia di ricordarti con presunzione, che da qualche parte, in una dimensione altra, c’è stata la nostra. In quella vita lì stiamo ancora insieme, ci guardiamo rattrappire le mani e le accarezziamo con la tenerezza di quel giorno di fronte a un cancello di San Lorenzo. Ma non ce lo ricordiamo più, perché viviamo solo nel presente e nei legumi preparati a pranzo per la cena. Il medico ti avrebbe consigliato di non correre più, e di non mangiare più così tanta carne e tu con una battuta sarcastica gli avresti obbedito. Avresti smesso di indossare quelle giacche pesanti che ti ingobbivano a 30 anni e finalmente avresti accettato che ti stirassi le camicie, sarebbe accaduto qualche anno dopo il matrimonio, come un’investitura medioevale.
Staremmo a goderci quei pochi soldi dei miei anni con partita iva, mangiando poco per scelta, ridendo tanto per recuperare, leggendo tanto per dimenticare.
Quella vita non c’è stata, e non ci siamo mai chiesti come sarebbe stata. Allora penso che glielo dovremmo, alle vite che non abbiamo vissuto, alle strade che abbiamo lasciato al bivio, un po’ di considerazione. Di comprensione, di interesse per il loro mistero che comunque ci ha accompagnato nel positivismo dell’esistenza concreta.
Alessandro diceva che era la mia condanna atavica, il mio occhio voltato all’indietro verso quello che NON è, o NON è stato, verso quello che NON ha, verso la negazione dell’essere.
Io penso che me lo hai insegnato tu, lasciare una parte del cuore verso quello che non sta accadendo, che non ha avuto il potere di nascere. Le persone con criterio lo ignorano, ma io ricordo che a te distorceva il sorriso.
Ho amato tanto, in questa vita. Ho amato Alessandro follemente e di un amore totale, quotidiano ed eterno ogni giorno, fatto di dedizione e comprensione, come fosse l’altare a cui donarmi. Non ho avuto figli, non li ho voluti. So che tu sì, e sono sicura che se non per vocazione, sicuramente per impegno, sarai stato – e sei – un padre straordinario. Non te lo ricorderai, ma ho sempre pensato, contro la sopravvalutata logica umana, che fosse innaturale avere dei figli. Loro non chiedono di nascere, tu non sai se è un peso che puoi sopportare. Il bene non è naturale, il bene si costruisce, si dà a chi ha bisogno e con la dovuta razionalità, non si crea qualcuno solo perché non si sa dove mettere l’amore. Alessandro mi ha capito, anche se gli è pesato per molto tempo, ma sa che avevo ragione, non avrebbe voluto qualcun altro con il suo sangue a piangerlo negli ultimi mesi.
Non mi hai chiesto tutte queste cose, lo so. E faresti bene a non leggerle, ma hai sempre letto tanto, e non ti costa nulla. Davanti ai miei passi, sul mio percorso, c’erano sempre a un certo punto delle tacche sull’asfalto, segni tribali a ricordarmi di fermarmi su quello che non c’è. Una era per mio padre. Una era per te. E così dopo un pezzo di strada, dovevo ricostruire nella mente, come una preghiera, la vita con te, quella con mio padre e all’occorrenza tutto quello che ho lasciato andare. Non è così illogico, se è questo che stai pensando: non possiamo immaginare ciò che avverrà, non è salutare, ma possiamo di sicuro immaginare quello che non è stato. Non fa male a nessuno intorno, dopo un po’ nemmeno a te.
E così penso a come sarebbe stato, veder invecchiare i tuoi capelli, a come sarebbero cambiati i tuoi occhi appesantiti dal tempo, mi chiedo se è più passionale condividere un tormento o farselo spazzare via. Per me l’amore è finito, quello a cui devo pensare oramai è portarmi appresso un’anima pulita, ma un’anima pulita non guarda al passato, perché il passato sporca. Io e te ci facevamo sporcare dal contesto col gusto godurioso di chi può fare stupidaggini quando si sente soffocare. Ti scrivo per chiudere una vita immaginata, che si è aperta molti anni fa solo grazie alla mia fantasia bambinesca. A 60 anni so, finalmente, che due immaginazioni che vibrano all’unisono possono finire lontane, che sono una maledizione, non un miracolo. A venti un pensiero così mi spaccava le viscere, mi faceva contorcere dal vomito, mi procurava un macigno sul petto e mi legava i nervi. Ho incontrato persone che mi hanno curato, che mi hanno insegnato il valore della rassegnazione come medicina dei poveri. Poveri d’animo, come me e te. Poveri di coraggio. Mi ha sempre confortato sapere che se avevamo qualche ancestrale colpa da scontare, l’abbiamo fatto abbondantemente. Non con la vita che abbiamo vissuto, che è stata felice nonostante le difficoltà e il tormento con il quale siamo nati ciechi io e te (credo di poterlo dire anche di te, senza tema di smentita, sia della felicità che del tormento…), ma abbiamo scontato una colpa con la vita che NON abbiamo vissuto.
Che proprio perché non c’è per nessuno, non ha mai avuto un nome.
Oggi, da vedova sessantenne con le dita deformi, ho voluto darglielo.

Con l’amore che non è mancato a sufficienza,

Marta.

Pregava che non arrivasse mai una risposta, naturalmente. Ma pregava anche che fosse arrivata, spedire una lettera in un’università è sempre un terno al lotto. Sperava che non destasse la curiosità di un labirinto di segreterie, dipartimenti, caselle postali sempre più piccole moltiplicate per tutti i precari senza contratto, sperava nella protezione del baronato.
L’operazione polvere era iniziata come ogni anno domenica 5 marzo, prima della primavera. Sempre uguale a se stessa, senza Alessandro a reggere la scala. Un piolo dopo l’altro il piccolo piede 37, l’unica cosa del suo corpo rimasta miracolosamente uguale a 40 anni prima, saliva fino ad affacciarsi sullo strato di polvere dell’armadio a sei ante riportandolo al suo colore naturale, ogni anno quello della passata primavera, con movimenti circolari del palmo e del gomito.
Forse fra un po’ non avrebbe più potuto farlo, le articolazioni cominciavano a protestare, ma per ora l’odore dello spray antistatico vinceva sull’artrosi. Marta prese con cura un giornale della settimana prima, mai letto, e come fosse un tovagliato da scegliere per le nozze, ne tirava fuori i fogli delicatamente, sistemandoli sulla superficie, perché raccogliessero nell’anno la polvere al posto suo. Arrivata alla penultima anta, l’occhio andò sul necrologio ADDIO PROFESSORE. Avendo perso più persone di quelle che aveva guadagnato in vita, parole come “si è spento”, “lo ricordano”, “condoglianze”, non la spaventavano più. Non vacillò, appesa sulla scala, nel sentirsi inevitabilmente vedova due volte. Non prese il giornale tra le mani per leggere meglio. Lo lasciò sull’armadio disteso a prendere polvere, come forse merita la vita non vissuta.
Imparò che non si danno nomi alle vite immaginate.

Né da soli, né in due.

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Resa

Non terrà mai la bocca completamente chiusa.

Non incrocerà mai le gambe.

(La resa, non la lotta la salverà)

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Vacche magre

Il freddo.

Contesto simile al 2012 ma questa volta senza entusiasmo.

L’infiammazione del nervo sciatico come 5 anni fa.

Uno stipendio finto come 5 anni fa.

Nessuna voglia di sesso come 5 anni fa e castità sotto strati di lana alternata a fibre sintetiche che non mi ricordo più di che colore ho la pelle.

Sono al 3.0 dell’anno di vacche magre, sono entrata nell’anno delle vacche vegane.

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Mimetica

Scusa, non volevo urtarti. Ma tu volevi farti urtare perché hai barcollato, e sei ben piazzato, 50 kg di peso non ti fanno caldo né freddo.
Leggevi Platone, alle 8 di mattina, in un piccolo Adelphi colore degli occhi. Occhi piccoli, quelli che se non fosse per il color ghiaccio sembrerebbero cattivi. Hai tutta l’aria di essere un cattivone, di avere un brutto accento del sud, un tono selvaggio, una voce baritonale, una scarsa considerazione di quelli che hai intorno. Mani grosse e callose, capelli bianchi, divisa militare e occhi piccoli.
Lombrosiani e bambini direbbero che puoi difenderci dal terrorismo, se quello fosse il male.
Lo direi anch’io, ma solo perché leggi Platone in piedi. E perché sembra che l’intero vagone poggi sulle tue ferme e grosse gambe, non il contrario.
E se in 8 fermate alzi  lo sguardo ghiaccio un solo secondo, piccole stalattiti che fanno luce anche sottoterra, se alzi un secondo lo sguardo dico e fai un giro di volti, tutti noi intorno poggiamo sulle tue gambe.

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Merry Levov

Tutte le volte che leggo, rileggo, penso, e in questo caso guardo, Merry Levov, penso a tutte le bombe che mi sono lasciata sfuggire. A quelle che potevo lanciare al posto di tutti gli svedesi che non ne hanno avuto il coraggio.

A ognuno la sua balbuzie, la sua bulimia, la sua ribellione. La sua Libera Merry.

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White hat

È possibile stordirsi col proprio profumo?

Perdere i sensi con la propria coscienza?

È possibile giocare pulito e non vincere comunque?

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Pieni e vuoti

​Aveva uno strano modo di scrutare le persone intorno, molto lontano dalla diffidenza. Ché la diffidenza implica paura e lui non aveva paura di nulla.

Parlava volentieri con le donne, non importa se belle o meno, purché avessero qualcosa da dire. Ma anche gli uomini non lo annoiavano, parlando con loro riduceva al minimo possibile l’ego vincente per metterli in vantaggio, come si fa con i bambini , quando li si fa vincere per compiacerli. Amava tutti, filantropicamente, ma niente di personale, come un dovere o una specie di compito.

A quel primo impatto di conversazione non sembrava egoico o autoreferenziale, ma già dopo qualche ora chiunque avrebbe dovuto capire che non c’era spazio nella sua vita per qualcosa che non fosse una sfrenata e devastante ambizione, di quelle che possono farti fuori prima del tempo, farti scoppiare il cuore pur con uno stile di vita austero o ipocalorico. Piaceva parecchio, ed era un dono inestimabile piacere mentendo senza pudore a chiunque e sempre con affascinante disinvoltura, un dono di cui ringraziava sinceramente dio ogni giorno. A proposito di dio, poi, mi raccontava di credere solo al perdono, da buon opportunista che aveva studiato, più pulito di altri, per così dire. Tra le forme di garantismo, quella personale è la più accecante e pericolosa.

Un’oratoria piena di sé e del mondo, tutta esperienziale, intollerante al silenzio, faceva sospettare una paura dei vuoti. 

Di parole, di potere.

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Sospetti

Se pensassi di me stessa quello che tu pensi di me, finirei così in alto da bruciarmi le ali di cartapesta e cadere.

Non sarà quello lo scopo?

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Un classico

Da nervi vene valvole ventricoli

da tendini da nervi e cartilagini

papille nervi costole clavicole…

In spasmi da ogni poro mi esce l’anima.

Dal mio martirio viene questa pace,

questa pienezza dalla tua rapina…

A tutto ciò che non ha nome e tace

sento l’anima mia farsi vicina.

«Vuoi che tutto finisca e niente duri?

che ognuno vada a fare i fatti suoi?

stacco il telefono, chiudo gli scuri:

e che la notte ricominci! Vuoi?»

(Patrizia Valduga)


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Rapimento

Le volte che è con furia

che nel tuo ventre cerco la mia gioia

è perché, amore, so che più di tanto

non avrà tempo il tempo

di scorrere equamente per noi due

e che solo in un sogno o dalla corsa

del tempo buttandomi giù prima

posso fare che un giorno tu non voglia

da un altro amore credere l’amore.

(G. Raboni)

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