C’era un ragazzo (favola neutra per uomini liberi)

(postilla: la mia è una strana strana famiglia)

C’era una volta un ragazzo, che come me amava i beatles e i rolling stones. Però era più figo di me perché li amava a metà dei 70’s. Proveniva da una famiglia non molto benestante – il che, mi pare di aver capito ai tempi, ma anche ora, ha una qualche rilevanza – ma era di buoni e saldi principi. Che a quei tempi erano precisamente la barba lunga, la droga leggera, l’amore inteso nelle più svariate forme da scoprire tutte (perché ne usciva almeno una al giorno), uguaglianza, solidarietà, riscatto sociale, rifiuto dell’autorità tranne papà e mammà che ti stanno mantenendo.
Lui era molto bello, aveva questi riccioli rossi fluenti e uno sguardo da teddybear che è capace di pensarti la rivoluzione. Ho rubato le sue carte, scriveva del Che come se fosse suo compagno di banco, e di Trotzskij e riusciva a infilare in una lettera d’amore qualcosa sul plusvalore, Godot, Bobbio e il disegno di un fiore tutto insieme. Dopo aver studiato scienze politiche ha sposato mia zia che aveva conosciuto da bambina, un amore che a quanto pare aveva resistito alla distanza incolmabile nordsud e ai trastulli delle aule universitarie. Mio nonno lo amava come un figlio, a lui che l’odore della rivoluzione non lo sentiva, bastava che fosse sempre lì.

Andarono a vivere in una casetta all’inizio di un paesino di campagna, con un piccolo giardino tutto loro, un appartamentino che profumava sempre di fiori e la prima frase che di me ci si ricorda è “zia, come fa la tua casa a profumare sempre?”. Non che la mia puzzasse, intendiamoci. Ma lì c’era il rosmarino e la sua storia, i fiori secchi che zia aveva portato dal viaggio in Oriente, il basilico e i suoi usi, i libri di favole acquistati per me e i libri di Bobbio, ovviamente.
Se ne stavano isolati con la tv sintonizzata sul tg americano, una contraddizione o forse no. Per lo più non conoscevano nemmeno i vicini, ma si bastavano da morire.
Spesso, quando i miei attacchi di bulimia duravano troppo, mia madre disperata mi mandava lì qualche giorno e non so se fosse il profumo a farmi venire fame sana, o i libri, o i cartoni animati in inglese che mia zia mi costringeva a guardare, ma credo sia stato il loro salutarsi con un bacio, quando uno dei due usciva di casa. Il loro prendersi cura l’uno dell’altro, il loro aiutarsi, dal ripiano più alto a quello più basso della cucina e della vita. Non che a casa mia non ci fosse, ma si presentava sotto altre forme, per lo più di sbuffi durante il carico della lavatrice e silenzi davanti alla tv. Finché non hanno avuto una figlia, io ne portavo la maschera.

Col tempo lei è un po’ cambiata, ma veste ancora come prima e profuma di fiori. Hanno cambiato casa e nella loro mansarda, in cui io andavo a studiare, c’erano i libri di un tempo. C’era Beowulf, Shakespeare e naturalmente… Marx e Bobbio. Prima che mia madre mi impedisse di studiare scienze politiche dicendo che “quelli sono mentecatti come lei che sanno un po’ di tutto e un po’ di niente”, era lì che mi formavo.

Sto un po’ divagando, sarà il caso che mi sbrighi.
Trasferendosi in città, i due hanno iniziato a distanziarsi un po’, sarà che la nuova casa aveva più piani e per unirsi hanno dovuto unirsi a gruppi più grossi. La città di cui sto parlando, d’altra parte, è la patria dell’associazionismo: basta cercare, e trovi il gruppo che fa per te. Dall’ordine degli avvocati al Rotary Club, dallo Sporting al volontariato, ovunque c’è puzza di certa malsana massoneria. Se hai un po’ di fiuto te ne accorgi da quando sei piccolo, e riesci (come la sottoscritta, modestamente) a fuggire anche dagli scout.

Loro due, la coppia perfetta, hanno scelto la chiesa. Dimentichi del loro dio morto ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate e bla bla bla, hanno gambizzato Godot per un God paraplegico e si son messi a cantare, suonare, offrire tempo spazio soldi alla chiesa.
La loro casa non profuma più di fiori, ma forse è una mia personale suggestione.
In concreto, io pensavo che fosse un diversivo come un altro del tipo “non c’abbiamo la città d’arte, non ci sono luci sempre accese, e così proviamo a farci degli amici in altro modo” e invece scopro che è un sincero corporale attaccamento alla Chiesa come istituzione, che li soddisfa socialmente cioè fa sì che gli altri dicano “bravi, bravi”. Corporale davvero, se pensiamo che da quando il chitarrista del coro sorride in quel modo a mia zia, lei accorcia progressivamente le sue gonne (belle, belle gambe) e se pensiamo che le vacanze di lei servono a lui per “provare” con la pianista. Provare cosa, nessuno lo sa, ma so che la questione è rientrata con un compleanno, qualche profiteroles e una vacanza in Sicilia, come rientrano la maggior parte delle corna nella maggior parte delle coppie normali.
Ieri lui, quello bello che poteva spiegarti la rivoluzione e mettertela in tasca, Mao dai capelli rossi (che ora però li ha bianchi), mi chiama per dirmi che sta scrivendo un libro sul Vangelo. Che sarà una trattazione religiosa, sulla parola di Cristo e che lui si occuperà in particolare della sezione sul tradimento. Chiedendomi una piccola prefazione.

La prima cosa che ho pensato, prima di rispondere “vi siete bevuti il cervello, tu e tua moglie come se non mi aveste cresciuta tutti questi anni, si incendia il crocifisso solo se lo guardo eccetera eccetera”, è che non sentirò mai più il profumo di fiori in vita mia dopo questo colpo.
Che la gente cambia, ma cambia sempre in peggio.
Che i sogni si seccano come i genitali. Forse prima.
Che Bobbio e Marx indossano i paramenti di quel coglionazzo del parroco del paese, che per lui Libera contro le mafie è una cosa che si mangia.

 

Allora, zì. Facciamo che io la prefazione te la scrivo, perché da quando ho imparato a fingere a letto, fingere su carta è n’attimo. In cambio però tu racconti pubblicamente di quando la signora E. entrava e usciva da casa tua mentre zia portava i ragazzini in vacanza studio, e confessi che ti eri innamorato come un adolescente su facebook e che non era nulla falso, falso è stato quello che è venuto dopo, l’emergenza che è rientrata. Lei è da sola, l’ho incontrata al supermercato. Ha cambiato colore di capelli, lo sai? Non è bella quanto zia, e non ce l’hai per mano da quando era bambina, ma eri innamorato, lo sai? Erano parole, erano messaggi di chat, ma erano belli come fatti.
Io confesso che mento, mento moltissimo, a tutti quelli che reputo più stupidi di me, che amo pure senza cuore, e quando ho amato col cuore non ho indagato mai se il concupito ha il cuore libero o bla bla bla. Perché il bello che c’è al mondo è mio se lo merito, che non chiedo scusa a nessuno per questo. Confesso anche che mi fa schifo il mondo, tranne la parte di mondo infelice, solo perché non è colpa sua. E che penso male di chiunque, più dei morti che dei vivi.

E lo facciamo al duomo, davanti a tutti. In mutande. Vuoi?

Poi usciamo, e tu mi racconti di Torino, degli amori degli studenti, delle idee e di Godot sulle lettere che mandavi da una parte all’altra d’Italia. Della polizia e del concerto di De Andrè. Mi racconti di sogni e anche di dove sono andati a finire. Ci metti anche la parola borghesia, che male non fa.
E sentiamo il profumo di fiori.

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22 risposte a C’era un ragazzo (favola neutra per uomini liberi)

  1. rideafa. ha detto:

    modo, non saprei se possa dirsi davvero una favola, neutra.
    cioè, che favola sarebbe per uomini meno libero, secondo te?

    • mododidire ha detto:

      Si ma infatti era per richiamare un titolo precedente, i titoli non danno sempre giudizi

      • rideafa. ha detto:

        la mia però era una domanda seria. cioè che favola sarebbe, nel caso?

      • mododidire ha detto:

        Non lo so rideafa, se vuoi cambio il titolo

      • rideafa. ha detto:

        ma va là. figurati, metti i titoli che vuoi, è tuo il blogghe. rido.

        non è che non mi tornasse il titolo, era solo che bòh, riflettevo su una possibile appartenenza a una favola che credo di aver letto, e di aver desiderato cancellare, tempo fa.

        solo questo, davvero, solo, questo.

      • rideafa. ha detto:

        a dire il vero no. una favola che ho letto sulla pelle di persone che mi sono accanto.
        forse pure sulla mia.

        per questo, ecco, avevo come bisogno di una specie di titolo.

      • mododidire ha detto:

        che ne dici di “la mamma degli stronzi è sempre incinta”?
        è spessissimo esemplificativo delle favole che passano sulla mia di pelle 🙂

      • rideafa. ha detto:

        efficace, in effetti.

        tuttavia, modo, conservo una parte di me che è persino ridicola, tanto è incapace della più innocua critica. da poco, solo da poco, comincio ad allontanare ciò che mi fa male o me ne ha fatto; così come comincio a credere che abbia una qualche forma di ragionevolezza ogni tipo di equilibrio tra due persone, purchè condiviso, e pur continuando a rimanermi oscure le dinamiche.

        in fondo, chissà quanti voti di amore, anche solo pronunciati in silenzio, ho rotto io, e non per cattiveria. forse solo per incapacità di trattenere. o alcuna voglia di fermarmi. non saprei.
        io revisiono tutti i giorni me stessa, eppure non capisco un cazzo di olio e di motori. vabbè, discorsi.

      • mododidire ha detto:

        Invece io critico parecchio, ben sapendo che mi tornerà indietro. Ti dirò che ultimamente chi non critica nulla per paura che gli torni indietro (che poi è più o meno sempre per questo motivo) mi annoia un po’.
        In ogni caso non critico qui, qui racconto.

      • rideafa. ha detto:

        io sono polemica sul lavoro, anzi una rompicoglioni.
        critica su molte còse, ultimamente mi mettono molta uggia le scelte architettoniche e cromatiche per dire, e mi piacciono le discussioni, ma ecco non mi piace entrare nelle scelte relazionali ed emotive. preferisco ascoltare e dire solo se mi è chiesto di dire, o sento di poterlo fare. credo che ogni equilibrio abbia una propria ragione d essere, seppur a me incomprensibile, anche quelli che possono sembrare disfunzionali, o magari lo sono davvero.

        non credo che la critica abbia mai salvato qualcuno dalle proprie turbe, anzi, semmai ne ha rafforzato le rigidità.

        però forse sono solo noiosa.
        sorrido.

      • mododidire ha detto:

        o migliore. A nessuno l’ardua sentenza per fortuna

      • rideafa. ha detto:

        più vecchia, sicuro!

        (che mica significa saGGezzi, solo proprio più vecchia, èh)

  2. labloggastorie ha detto:

    Tu quando scrivi tocchi.

    Io morirò da rana (se vuoi la prima cosa che ho detto alla fine del post).

  3. elipiccottero ha detto:

    Ora sono molto, molto triste.

  4. euro150 ha detto:

    Spero di finire in modo diverso, ma anche no. L’importante è che si amino ancora, e questo non l’ho capito (ma come scrivi, è un piacere fisico leggerti)

  5. massimobettini ha detto:

    ma la prefazione poi sarebbe questa?
    … e poi per essere serio e romperti le palle perchè sai che mi piace tanto, voglio dire che a me spesso è successo che le persone che accusavo poi col tempo le ho capite, e non credo di essermi rincoglionito con questo, anzi il contrario, quindi voglio dire, sentiamoci tra un po’

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