Il Castello di briciole (chi si accontenta, muore)

C’era una volta una famiglia reale. Il re aveva due figli, il primogenito e una principessa più piccola.
Il maggiore era uno stupido, degno della peggior nobiltà del tempo, a detta di tutti. Torvo, baffuto, sgradevole alla vista, aveva comunque ricevuto molti beni e ricchezze da parte dei genitori. Molto più della principessa che era nata dopo la Grande Crisi. Carestie e scorrerie degli eserciti nemici avevano distrutto campi e raccolti per ben 10 anni. Una piaga implacabile, che aveva annientato la volontà e la salute del re, infine, la sua stessa vita.
Il principe aveva dilapidato molte ricchezze, ma avido com’era riusciva a farne fruttare altre, generalmente rubandole al contado, non essendo in grado di fare nemmeno un’addizione, figuriamoci un esercizio contabile.
Si scoprì molto presto che era per questo motivo che il principe era stato riempito di averi, mentre la principessa no.
Lei era bella in un modo sfolgorante, e se lo sapesse o no era un mistero per i pretendenti. Aveva un ingegno pari ai grandi della specie umana che si erano susseguiti fino ad allora. Ricca di una saggezza filosofica che governava ogni suo passo, autosufficiente con le emozioni e con i gesti, conosceva l’astronomia, l’aritmetica, la musica, componeva poesie sublimi e faceva impallidire i funzionari di corte con la sua straordinaria capacità di risolvere ogni problema.
Purtroppo, per tutte queste ragioni, non le veniva dato alcun mezzo, nessun aiuto. Era un tacito accordo familiare, non avendo lei mai avuto bisogno di nulla. Anche quando si innamorò di un rampollo del vicino feudo, dovette fare a meno di una dote, facendosi bastare l’approvazione del re. Le sue doti erano altre e,secondo la fama del mondo allora conosciuto, all’uomo che è dotato di buona umanità, tanto basta.
La principessa era però autorizzata a raccogliere le briciole. Gli avanzi dei fastosi pranzi di corte – che erano fastosi anche di più nei tempi della Grande Crisi -, i regali che la regina non apprezzava, i materiali di scarto della casa del principe. Con quei mosaici, impastando le briciole, montando e smontando candelabri, mozziconi, festoni di broccato strappati dai balli, la principessa aveva costruito un enorme castello di briciole.
Tutto era usato, ma non lo sembrava. Tutto era poco ma sembrava enorme, tale era l’amore con cui la fanciulla assemblava e riciclava con creatività ogni cosa le passasse sotto mano. Dopo le processioni in onore del raccolto, si chinava a raccogliere i fiori quasi appassiti e, con una serie di innesti e l’aiuto di molte ore passate da piccola sui manuali di botanica, riusciva a farli attecchire nel suo florido giardino.
Tutti ammiravano la bellezza della sua dimora, della sua personalità allo stesso tempo dimessa e lussuosa.
Nonostante le apparenze, nulla intorno a lei appariva stantìo, ma era tutto sempre nuovo. C’è sempre una briciola da raccogliere, qualcosa che gli altri scartano e che non lo merita, diceva.

Molto presto, questa sua fama si diffuse in giro, provocandole l’odio del fratello che, con molta meno creatività, aveva dilapidato tutto e sentiva ormai la sua vita sempre uguale, le sue giornate scandite dagli stessi ritmi, gli stessi oggetti luccicanti di sempre ormai sbiaditi.

Scagliava così, periodicamente, i suoi cani da caccia per sbranare il castello di briciole. Con il suo ingegno, la principessa riusciva sempre a far trovare ai cani qualcosa da distruggere che non fosse la sua casa, o il suo giardino.
Era molto stanca di fare sempre la guardia alle sue briciole, si chiedeva il perché di tanto astio. Dopotutto, lei non aveva niente. Nel chiedersi se valesse la pena mantenere quel vistoso amore per le cose morte, si rispondeva di sì, anche dopo che il marito era stato ucciso dal principe, e si convinceva che non avrebbe mai smesso.

Un giorno, il fratello decise di mandare i suoi cani in orario inaspettato, e di fratturare una zampa a uno di essi, lasciandolo davanti al cancello della principessa in preda a labili lamenti.
Lei, che tra le altre qualità, era anche molto buona, uscì a curare quelle grida, e venne sbranata dagli altri cani, che in un attimo riuscirono a distruggere il castello di briciole mordendone anche i calcinacci.

Per le esequie, la principessa non poté usufruire dei resti di un altro funerale, e fu lasciata in pasto alle sue splendide e sempre nuove rose d’innesto.
Di lei, si disse che era solo molto povera, per aver fatto delle scelte sbagliate. Noi forse sappiamo che non è così, ma chissà poi…. Dopotutto non c’era nessuno, tantomeno le rose, a testimoniare il contrario.

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12 risposte a Il Castello di briciole (chi si accontenta, muore)

  1. Erre ha detto:

    Da brividi…

  2. Personaggio in cerca d'Autore ha detto:

    Non è vero che non c’era nessuno a testimoniare il contrario: lo hai fatto tu stesso, raccontando questa favola… E pazienza se è inventata! 🙂

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