Sogno #1

Delle cose mortali si ha paura immediatamente. Non devi neanche prima capirle. è un attimo, un istinto.
Lui è comparso dalla porta urlando e muovendo quella pistola a raggio. Ora sono sotto il banco, c’è la mia compagna di banco sotto lo stesso banco ma non la vedo neanche. Le do il sedere, probabilmente, ma non posso spostarmi. Non penso nemmeno se ha bisogno di altro spazio, per non lasciare i piedi fuori dal corridoio tra le file. Mi sembra stupido mettersi sotto ai banchi, perché se uno volesse fare una strage basterebbe puntare una pistola nell’enorme spazio tra questi tavolini su di noi immobili e ci farebbe fuori nel giro di un attimo. Ma nei film quelli che si “nascondono” per terra sopravvivono, forse è un retaggio della regola del duello, che non colpisce sotto la cintura.

Lui continua a urlare cose incomprensibili che non riesco a capire anche se squillano in modo sensato nelle nostre orecchie. Nessuno parla, nessuno chiede perché. Che constatazione stupida, mi dico. A un criminale non chiedi perché. Poi pian piano si sente solo il suo respiro e io riprendo a pensare. Penso che è la mia classe, la stessa degli ultimi tre anni del liceo, terzo piano, accanto al pino. Il pino della filosofia, diceva il prof. è la mia classe, continua ad essere mia, anche se un pazzo nell’ora di buco ha deciso di voler sparare e si è lanciato proprio nella III b. è mia, non sua. Io sono al mio posto, lui è un ospite, indesiderato. Sembra banale, ma i pensieri si riordinano tutti.

La classe è mia, come la scuola, io dovrei sapere come fare. Ho il dovere di sapere come fare. Provo a guardarlo da ferma. Ha un taglio di capelli d’altri tempi, biondo, occhi piccoli ma chiari, molto basso, forse più basso di me. Magro, jeans e snickers. Trema, sembra matto per davvero.

Mi accorgo che ho paura di morire quasi fino al tremore perché da lui non ho voglia di risposte. In altre situazioni gli avrei chiesto ma perché, perché, vieni qui e fatti abbracciare, ci prendiamo un cornetto al cioccolato e passa la paura, invece ora ho solo paura di morire senza soccorso. Sanguinare davanti a tutti, l’ultimo ricordo della III B sarà la loro compagna che li ha terrorizzati. D’altra parte sono al primo banco. Io vedo lui ma lui vede me, se decide che qualcuno deve morire, quella sono io. E non voglio pensare che possa essere compagna di banco, è un pensiero subdolo, se qualcuno muore al posto tuo muori un po’ anche tu, penso.

Il tempo. Penso al tempo. Non so più se ho 25 anni o 17. Allora mi affido a quello che so. So di Anders Breivik, che non è successo mentre stavo al liceo ma dopo. Mi viene in mente che il norvegese era alto, almeno dalla tv, mentre lui no. Che pensiero scemo. Ma non realizzo che sto sognando perché lui cammina e suda vicino alla mia faccia. Penso a un’altra cosa: se fossimo in una banca lui non ammazzerebbe nessuno, perché lo scopo sarebbero i soldi. Ma qui non c’è scopo. è solo il gesto folle di uno psicopatico che rende ridicola e anche poco interessante la morte. Non ci puoi mica ragionare, un matto è come se non esistesse.

Compagna di banco piange. Le dico stai tranquilla andrà tutto bene, e sono felice che pianga, perché se tranquillizzo lei, tranquillizzo me. Mi accorgo che ci sono altri pianti sommessi in giro e che lo indispettiscono non poco. Perché non arriva nessuno? Perché siamo lontani dall’intervallo e noi stiamo facendo silenzio. Lui ora è alla finestra, in posizione quasi rilassata. Non sa che vuole, non sa nemmeno che sta aspettando. Un criminale senza uno scopo è anche peggiore di un criminale che ha un piano, perché è imprevedibile e non ha da perdere nemmeno il senso della realtà. Vy è anche più alto di lui, se solo riuscisse a raggiungerlo da dietro lo placcherebbe prendendogli la pistola, e poi sarebbe semplice.

Penso ad altri modi: chi sta vicino alla finestra potrebbe lanciare un biglietto a quelli che fanno educazione fisica nel campetto, chi sta dietro potrebbe provocare un rumore sordo sul muro della classe accanto. Non poche volte sono venuti a lamentarsi del rumore. A un certo punto spero che arrivi un prof qualunque, spero che muoia lui con un testamento fatto piuttosto che uno di noi.

Bussano alla porta, vorrei farmi vedere da sotto il banco, ma è lui che esce ad aprire. Gli dicono di scendere giù, allora si è spacciato per un supplente, penso. Allora ha un piano. Lui esegue gli ordini, e finalmente mi alzo pensando a ogni movimento di ogni muscolo che sarò la prima a morire. Non voglio che sia eroismo, chiamo gli altri, esco dalla classe e non riesco a parlare, faccio solo gesti con le mani, la popolazione del corridoio non capisce ma avanza sospetti. Rientro. Perché rientro? Dovrei correre via insieme agli altri. E invece non corre via nessuno. Quindi resto anch’io. Dico loro aiutatemi e insieme spingiamo la pesantissima cattedra davanti alla porta. Chiudiamo a chiave, una chiave che non esiste davvero sulle porte delle classi e mentre lo facciamo io penso al primo colpo di pistola che farà saltare la serratura e chi sta dietro.

Così succede, ma lui è agile e riesce a entrare, saltando sulla cattedra. Un passo falso sul cassetto lo fa scivolare, qualcuno gli va addosso, afferra la pistola, io lo guardo in faccia. Ora che il pericolo è passato, l’unica cosa che vorrei chiedergli è perché, maledizione, perché?

I suoi occhi sono bellissimi.

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