Il successo (ovvero a cosa siamo disposti a rinunciare per)

È la domanda classica delle interviste, il pensiero negli occhi di chi ti riconosce, il chilometro verso cui corri davvero nella pur sincera convinzione di star andando da un’altra parte.
È più irresistibile del potere, perché ha meno responsabilità e nessuno a cui dar conto.
È più piacevole della notorietà, che spesso ha macchie da sgrassare.
È fresco come un viso riposato, non fa male a nessuno e non logora chi non ce l’ha perché chi non ce l’ha spesso non sa che esiste.
Non fa male soprattutto a chi lo nega. A chi dice di non volerlo, di non averlo previsto e soprattutto a chi non ammette di averne.
Assertività, capacità di farsi ascoltare senza alzare la mano. Ma guardiamola in faccia, signori: in fondo è l’abilità di farsi rispettare non rispettando, come la devozione spontanea, come la religione.

Alcuni dicono che si impara ai master, altri ce l’hanno dalla nascita come il talento.
Ho bisogno che perdoniate la banalità di certe considerazioni, che mi servono per fare ordine con quello che mi racconto, pace con quello che osservo.
La peculiarità più grande del successo è che questo influenza le nostre vite al punto da essere la causa principale, se non l’unica degli «alti» e dei «bassi» di cui si parla sempre.

Per quanto possa suonare spaventoso, il successo di pubblico è l’appoggio di cui ci serviamo, la platea pagata per darci ragione quando le cose vanno male e l’unico vero metro di quello che di buono succede. Si condivide meglio del letto, meglio del bagno, quello degli altri può addirittura scandire il nostro tempo.

Un evento è riuscito se le presenze hanno superato le aspettative (magari bambini compresi a una serata di poesia postmoderna).
Una pasta al forno è venuta bene se i commensali l’hanno mangiata (magari non necessariamente gradita).

Vi ricordate la sensazione di quando tutti vanno via da una festa? È un deserto peggiore di una guerra. Ci si è mai chiesti perché quel senso ingiustificato di vuoto prima di rendersi conto che finalmente sei padrone del tuo spazio e della tua libertà e che non c’è niente, ma niente davvero per cui essere tristi, perché quello che hai ora è quello che hai davvero? Non ci guadagnerai un tanto all’anno, ma non lo perdi di certo.

A 6 anni – e forse sto parlando degli anni del mondo – quando ci veniva negata mezz’ora in più sulle giostre, ci appollaiavamo sulle ginocchia di mamma.
A 15 anni, quando finivano i biglietti per un concerto, poggiavamo la guancia sulla spalla del nostro ragazzo del mese.
Verso i 30, quando chiniamo la testa perché il mondo pesa addosso più del dovuto, ci assicuriamo come primo atto di fede a noi stessi l’assoluta approvazione degli altri, meglio se persone stimate dal pubblico, meglio se persone stimate da un pubblico a sua volta stimato da un pubblico, e in fondo alla catena ci sentiamo meglio se questo pubblico lo stimiamo anche noi.

È quello che ci insegnano i nostri tempi? Se cerchi un lavoro e lo trovi durerà da due a sei mesi. Ma se quello che cerchi è il successo, e lo trovi, allora hai svoltato per sempre. Per sempre e con tutti. Perché poi il successo si accoppia solo col successo, o lo trascina, o lo spinge avanti a fare da scudo.

Se per una volta opti per il riposo dal successo, o peggio, per il rispetto di te, per l’angolino di una sala che se la gode not in your name, allora è come una continua festa finita.

È inutile che cerchi dentro di te le ragioni del male, del bene, della riuscita. Cercale fuori, dicono, nell’ammirazione degli altri a peso, nel diventare quello che altri hanno preferito e poi ricordarti sotto le coperte che era diverso rispetto a cosa volevi. Ripetiti quanto sei bella, e dove sei arrivata, e quanto veloce, calcola le ore in base a quante volte squilla il telefono. Ma ripetitelo allo specchio perché a dirlo in giro, rischi di far crollare la torre e di mandar via anche i sinceri.

Il successo è il criterio di scelta principale (e a volte inconsapevole) dei luoghi, dei rapporti, di ogni passo. Non caldo come l’amore, né freddo come i soldi, forse tiepido come il merito. E dal momento che nessuno ammette di cercarlo, e nessuno ammette di averlo, è anche più rassicurante dell’amore, più innocuo dei soldi. E luminoso, certamente.
Il famigerato quarto d’ora di notorietà dura poco e non ti permette di appendere i presenti al tuo sorriso. Il successo invece è un investimento indispensabile a tutti i costi. Costi se stessi, la parola, il silenzio, la protesta, la libertà.

Fossi figo guiderei una grande jeep
fino in disco, attesissimo in zona V.I.P.
il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista
non dico proprio il primo della lista
ma neanche l’ultimo degli stronzi.

Forse non sono figo, forse no,
ma sono bello dentro,
Voi stranamente mi vivete come un solitario
ma a me piace stare con la gente.
Io, per piacervi,
mi epilerei per tutto il santo giorno
come le balle di un attore porno.

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11 risposte a Il successo (ovvero a cosa siamo disposti a rinunciare per)

  1. intesomale ha detto:

    Nessuno rinuncia mai a quello che considera successo, che il successo sia una semplicistica visione della libertà (che poi però si vorrebbe riempire con qualcosa), un blog ben frequentato usato per promuovere poesie, fotografie, frustrazioni o cercare figa in rete, un posto fisso con vacanze in riviera, la riuscita di una carriera per cui si ha vocazione, la cura delle ferite di una psicologia maltrattata, un amore che risponda a canoni soddisfacenti, una buona autonarrazione. Stabilire una gerarchia fra quello che sembra successo alle diverse persone, una gerarchia di criteri più nobili di altri (star bene con se stessi o farlo con gli altri) è un esercizio che non riesco a capire… ma in fondo è così che si fondano le ideologie, quindi probabilmente è un esercizio utile.

    Quanto al pubblico non saprei, ho conosciuto tanti teorici del pochi ma buoni e del libero-di-essere-me-stesso, e fra loro numerosi casi di gente convinta di essere D’Annunzio reincarnato. Suggerisco cautela, e credo che la cosa migliore sia sempre fare al meglio quello che ci sembra ci piaccia… banale, ma sano.

    O forse mi sbaglio, eh? Ché nei miei personali canoni di successo non c’è l’aver ragione 😉

    • mododidire ha detto:

      Io parlo del successo di pubblico, che è il più gettonato ora. E si preferisce a molte altre cose…
      Ma è una scelta che non si può biasimare, e mi è difficile dare un giudizio di valore (ma mai impossibile 😉 ).
      Il problema è quando fare al meglio ciò che amiamo non porta al successo, ma all’emarginazione da esso. Allora capita che improvvisamente ci piaccia dell’altro…

      • intesomale ha detto:

        in quel caso probabilmente ciò che piace è proprio il successo di pubblico… per alcuni sarà così, per altri no… non so giudicare.

      • mododidire ha detto:

        Nemmeno io, ma non può che farmi molta paura…

      • intesomale ha detto:

        sì, lo so. Ma anche i D’Annunzi ai circoli di poesia sul lago di Garda mi spaventano un po’, confesso.

      • mododidire ha detto:

        Non ci sono mai stata, ma lo credo bene. È che i D’Annunzi danno troppo valore ai fronzoli e alle suppellettili, troppo poco alla sostanza del mondo

  2. non lo so, ci penso ma non sono convinto che l’ontologica stia lì, che sia in questo la radice, la causa originale. ho la sensazione che alla base ci sia la paura del giudizio, che torva nella ricerca del successo una delle modalità per tenerla il più distante possibile.

  3. Ian Saiin ha detto:

    Su una sola cosa non sono del tutto convinto (pur intuendo che il nocciolo di ciò che vuoi dire sta assolutamente altrove): quando scrivi “Ma se quello che cerchi è il successo, e lo trovi, allora hai svoltato per sempre. Per sempre e con tutti. Perché poi il successo si accoppia solo col successo”. Credo che molta gente “di successo” abbia in realtà una paura fottuta di non esserlo più all’improvviso. Perché succede.
    Che ne pensi?

  4. Pingback: Il potere (ovvero a cosa i rapporti non possono rinunciare) | Macondo

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