Di testicoli e altri coraggi

La mia carriera accademica è stata finora mediamente normale, o normalmente media. Oserei dire fortunata qualche volta, diciamo classica, va…
C’è una fenomenologia particolare che però vorrei sfogare, almeno qui, dove se no?

E non riguarda gli esami difficili, quelli che facevano venire i brufoli anche alla figa bionda che non si sa che c’è venuta a fare dalla statale a qui, dalla brace alla graticola.
Riguarda proprio gli esami semplici, quelli che gli studenti chiamano jolly, perché se anche ci devi perdere quei dieci giorni a studiarli, poi lo sai che ti sollevano la media, matematicamente (in tutti i sensi). Sto parlando dei casi di prof. paterno, quello che il suo dovere a lezione l’ha fatto, e se hai imparato hai imparato, non è affar suo, la scuola dell’obbligo è finita.
O di quello ex e post sessantottino, che vuole aiutarli questi giovani qui che hanno perso la bussola, e ribellatevi e andate avanti. E per fare entrambe le cose devi averci un bel 30.

Ecco, sappiate che queste persone mi fanno a pezzi.
Tra appelli con centinaia di studenti (e “centinaia” va inteso in senso letterale) e quindi centinaia di 30 stampati su libretti di ogni genere di animalità, io sono la maledetta Mosca bianca.
E così, chi non ha mai chiesto nient’altro in vita sua se non la figura retorica della metafora, con le varianti “mi parli della metafora”, “mi dica qual è la più nota figura retorica del significato”, con me davanti, usa all’improvviso parole come:

“Resetti per un momento l’intepretazione decostruzionista su questo testo, e mi dia un punto di vista diverso del brano sulle allegorie di Giotto tratto dalla recherche di Proust, contestualizzandolo rispetto al romanzo e motivandolo sulla base delle correnti critiche che ha studiato”

Io non so se lui, prima di quel momento, o magari quella mattina nel farsi la barba, si credeva capace di costruire una frase del genere, ma di certo non lo facevo capace io, come le migliaia di studenti del suo corso (sempre lo stesso, ndr) e tutto questo si è notato a insegne luminose sulla mia faccia.
Forse sognava di dirlo da tutta la vita, o forse scherzava e mi avrebbe messo un bel voto se anche fossi stata zitta, ma io ho limitato lo stupore al minimo sindacale e ho risposto, perché non mi arrendo a credere alla banale sfiga, quello che mi succede è un automatismo ben preciso.
Per il quale, se un docente non ha mai provato l’ebbrezza del potere, del baronato, dell’assertività, e non ha mai visto in vita o in carriera nemmeno l’ombra di un testicolo che sia degno di chiamarsi tale, con me tira fuori due palle di toro.

E pensare che invece con gli uomini mi gira al contrario…

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