no dreamers

Quando salivamo insieme le scale, dopo l’anno “sabbatico”, che in realtà era stata un’espulsione volontaria consigliata dal rettore, forse anche dalle leggi dello stato, Anne mi chiedeva sempre dove fossi, se ti avessi visto in questo tempo, se eri cambiato, se studiavi con me. Io le rispondevo sempre che ti vedevo solo ai corsi con l’obbligo, che eri lo stesso, svogliato trasandato e con un cappello ridicolo.

Ora te lo posso dire, Fou. Ora che siamo partiti, lontani e – ingiustificatamente – amici.
Che cazzo hai fatto con Anne? Gettavi la spugna 5 o 6 volte al giorno, poi la riprendevi, poi la rigettavi. Quell’aula con voi due a punzecchiarvi era un asilo, non l’ex studio della preside.

Ti dico quello che ho visto io. Ho visto che Anne era mia, io l’ho vista per prima, quando era poco più che una matricola appassionata, seduta in prima fila alla prima assemblea delle biblioteche, con la sua ricerca inchiesta. Io le ho guardato il profilo e le ho tracciato sopra una mina e prima ancora che i tuoi amici col passo più pesante dell’alito finissero di dire le loro stronzate in politichese marxista ignorando che fuori era già non il 2000 ma il 2010, io le avevo tracciato il viso sul mio quaderno. e poi il corpo, perché ero seduta sulla pedana della cattedra, e potevo vedere anche le gambe che si incrociavano nervosamente a ogni cosa che non le andasse a genio.
La biblioteca che chiudeva troppo presto e apriva troppo tardi, personale, turn over, cose su cui lei prendeva appunti, con la data sulla pagina, curiosa come i ragazzini delle elementari. Per lei era una mostra di cervelli, forse un talk show, la sua giungla di futura opinionista; per me invece era un capolavoro lei, era l’attesa prima di entrare nella stanza di guernica, con la sua sciarpetta colorata che si chiamava “l’hocomprataaparigi”. Tu lo sapevi, Fou, che l’aveva comprata a Parigi quando ci era andata con suo padre, l’ultimo viaggio con lui? No, tu non gliel’hai mai chiesto. L’hai fatta impazzire, perdere un anno, la carriera, la stima di tutti qui dentro, senza neanche sapere da dove veniva quella fottuta sciarpa. Quando ha visto che la stavo ritraendo è diventata piccola, oltre che rossa, come una bambina con la prima mestruazione, come se l’avessero scoperta, ho visto che cercava di andarsene, ma l’aula era piena, le stavano seduti davanti ai piedi, accanto, per terra, non c’era modo di andarsene il giorno dell’assemblea generale. Era una di quelle giornate piena di tutti, disinteressati e meno, urlatori ed esibizionisti, circo di illusi già gerarchizzati dalla culla dell’Onda che aveva noi a capofila.

Allora l’ho intrappolata lì, guardandola e abbassando lo sguardo, mentre la mina si muoveva veloce e nevrotica come i suoi battiti, l’ho trattenuta con gli occhi fino ad usarle violenza, ho fatto scoppiare un ordigno sessuale in mezzo ai “tagli”, “cambi di ordinamento”, “esamificio da combattere” urlati dagli altri, finché tutto non si è svuotato all’ora di punta, siamo rimasti noi, i soliti coglioni delle ore morte, abbiamo fumato un po’ e tu ti sei messo a giocare con i suoi capelli, come sempre. Le hai detto “sai di buono” e io ho riso moltissimo. “Ma Fou, non si dice così a una donna” mentre lei ti guardava e cercava di non farseli strappare i capelli, commentando che sapessero di tutto tranne che di buono con tutto quel fumo intorno.
“Vattene a cagare, lesbicona. Che ne sai tu cosa si dice a una donna, tu te la sai solo fare. e dubito anche di questo.”

Mi hai fatto male, Fou. Non te l’ho mai detto quanto mi hai fatto male. E non per il politicamente scorretto, no. Per me, per me che ti ho tenuto la testa tra le mani quando il mondo ti cagava addosso. Allora mi sono presa una grossa grossa rivincita. Tu non lo sapevi che a Anne basta poco per perdere il controllo, ecco perché era la prima ad andarsene. Non ha neanche aspettato la GaberATA di turno, o la proiezione pasoliniana sempre uguale di quelle cazzo di serate, ma tu sei riuscito solo a dirle “Buuu”.
Io invece avevo capito che aveva bisogno di aria. Non se ne sarebbe mai andata da te se non per qualcosa di più necessario. L’ho accompagnata a casa, abbiamo salutato il portinaio che ci ha chiesto chi era rimasto in facoltà, e Anne era affettuosa anche con lui.
Non era capace di una politica di azione, come la chiamavate voi. Anne era un’altra cosa, pensava, parlava e sorrideva. A tutti. Persona eri tu, persona era il barone, persona il direttore della biblioteca. E non perché fosse pacata, era una leonessa, ma una leonessa che deve difendere i piccoli e finge di amare la terra su cui brancolano.

Anche tu eri per la politica di pensiero, lo eravate entrambi, quando vi trovavo aggrovigliati con la tua chitarra in mezzo a fare a gara a chi sapeva più dettagli inutili sul mondo. E Israele e Palestina in bocca a voi due sembravano trovare la pace dei santi.
Una coppia asserragliata nelle cause perse, ma tutte giocate. Nessuno aveva il coraggio di entrare lì dentro con voi, nella vostra bolla di distici ed endecasillabi sciolti.

Scendendo le scale deserte in due abbiamo riso come matte, parlando di te, del tuo gioco piccolo, poi di una poesia, poi della cena, poi della pioggia, poi del ritratto.
L’ho baciata con tutto il fiato che avevo dentro, Fou. L’ho fatta rotolare sul prato umido e le ho stampato un bacio con la stessa pressione della mina sul foglio. Prima sulle labbra, poi dappertutto. Lei era spaventata, ma ha ricambiato, e dopo era ancora più spaventata per averlo fatto, allora le ho parlato in francese. Le piace il francese, lo sapevi? Poi c’era una festa a fisica, e ci siamo imbucate a prendere da bere, perché avevamo perso tutta la salivazione. E dopo un ginlemon da pranzo sociale ci è ritornata, come tutto il resto, allora di nuovo prato e quel buco di copisteria/sgabuzzino aperto anche di notte. Avevamo fame, ci siamo mangiate a vicenda come se non ci fosse l’alba. E l’ho accompagnata a casa che avevamo ancora fili di pratone sulla schiena.

“La diplomatica”, “datelo a lei il verbale, lei scrive come una sindacalista”, “Buongiorno Rossana, per sempre tuo”, “Angelica, mi raccogli sto senno da terra?”. Come ti sono venute queste provocherìe basse e martellanti? Volevi fare a gara Fou? Che gusto c’è a gareggiare contro di me, che ero solo il possibile prodotto di una perdita di coscienza del momento? Ti apparteneva, e lo sai benissimo. Ma l’hai spezzata, come tutte le catene che non ti fanno male. L’hai strappata a me, alle nostre imitazioni dei compagni ululanti con rotacismi e sibilanti sbagliate, l’hai tolta al suo dipartimento, al collettivo di genere, al suo migliore amico.

Te la sei portata via senza paura come tutte le cose che non vuoi davvero.

Io mi ero arresa presto, lo sapevo che con lei non potevo arrivare a fondo, coltivarle i fiori sul davanzale, portarle la salvia fresca del mio, baciarle la nuca mentre cucinava, farle domande sull’Angelus Novus, mentre si commuoveva per la fine che aveva fatto Benjamin, l’unica al mondo capace di parlarne davanti alla pasta al sugo, dell’ultimo esame che ha preparato e non ha dato mai.

Io non potevo arrivare a fondo. Quello eri tu, il coglione che le stava lontano tutti i giorni perché nessuno doveva vedere e che la prendeva in giro da metri per il suo pranzo leggero, per il tacco che nell’aula X non deve entrare, ché lì ci si veste solo male, che “esci con un imprenditore, signorinella?”, “l’hai letto questo libro?”, e i suoi “no e non mi interessa” oppure “dammelo domani te lo riporto, o lo leggo qui”, accondiscendente, sorridente, ben truccata, bella come niente che avessi mai avuto intorno, perché intorno hai sempre voluto vedere la merda. Non in grado di cogliere una provocazione, se prima non aveva la frase biforcuta al suo posto, la stilettata sulle tue palle che ormai ti aspettavi.

Ti sentivi bello, desiderato e te la vedevi pendere dal labbro inferiore quando sproloquiavi a quel microfono davanti alle matricolette guevariste, e invece Anne ne sapeva più di te, ma lo diceva a chi le si sedeva vicino, mai a te che le ronzavi intorno, la prendevi in braccio nei corridoi come una bambola di pezza davanti all’associata di filologia, nascondevi tutte le sedie perché si sedesse solo sulle tue gambe e lei ti fotteva rimanendo in piedi, “ché tanto il verbale di un’assemblea come la nostra non mi ha mai richiesto sforzo intellettuale”.
Volevi lei o era una sfida per farle capire che non. doveva. avere. paura. di. niente?
Perché hai preso una svista colossale, Fou. Non era lei quella impaurita, lei sapeva esattamente cosa stava facendo, anche davanti a quei cassonetti in fiamme, l’ultima scenografia in cui l’ho vista divincolarsi, lei lo sapeva benissimo. Eri tu che avevi paura quando camminavi in cima al corteo e la lasciavi indietro affamata. E non di me, purtroppo.

Era tua quando le hai chiesto “offrimi un caffè, casa tua è più vicina” e ti sei affacciato alla finestra e le hai detto del tuo lutto di ieri e lei ha tirato fuori una forza sovrumana che ti ha sollevato senza neanche toccarti; era tua quando andandotene le hai proposto Campana a teatro e le hai visto gli occhi brillare. Ma lì ti ho creduto, perché tu davvero non lo sapevi che per Campana impazziva. Bravo cowboy, bella mossa senza trucco né inganno. Ha rifiutato per un viaggio dici? No idiota, ha rifiutato per panico. Ha rifiutato perché non tutti i cuori potevano reggere i tuoi capelli e quelle poesie insieme, o quelle corse furibonde fino al campus alle 2 di notte, perché non rispondevi al telefono da tutto il giorno e a casa sua la tv rimbombava di teste spaccate dalla polizia.

Era tua come il tuo teatro, come la tua musica, come la tua poesia, come la tua comparatistica, la tua ambizione, era tua come la tua tesi e la tua cattedra che l’avevi da un verso e la desideravi dall’altro, era tua solo sulla punta delle dita, senza coraggio di stringerle quel cazzo di pugno intorno, come lo stringevi davanti a tutti, alzato, abbassato, rigido o a riposo.
Era “vieni con me, ma prendi un altro volo”, ma lei non l’aveva capito. “Vai a francofonare da solo” t’aveva detto, e poi avete fatto del finto wrestling davanti al politico di turno che era venuto a blaterarci quanto orgoglioso era del movimento.

Per quella notte però, devo ringraziarti, Fou. La vernice fresca dello striscione, quello di “prima del gran giorno” le era rimasta sulla schiena, quasi tutta, sopratutto sulle fossette del sedere, e io ho potuto togliergliela con il solvente per unghie, nell’alba dei bagni deserti del piano terra. Grazie per quella mattina in cui ti ha lasciato nel sacco a pelo da solo e mi ha svegliato urgentemente per chiedermi di aiutarla a levarsi quel rosso dal corpo. “No, no strofina forte, non mi fai male” mi ha detto mentre sollevava la maglietta incrociando le braccia col freddo di quel marmo e di quel dicembre. Io mi sono fatta malissimo, nel non farle capire quanto ero calda. Si è appoggiata al muro, con il culo in aria, e non so cosa mi ha trattenuto dal dirle che sei senza palle, senza coraggio e che ti meritavi che la polizia ti spaccasse pure i denti, perché l’unica ideologia che dovevi difendere era lei.

Ho strofinato quel rosso, che si è sparso sempre di più sulla schiena e si è confuso al rossore da sfregamento. “Ho fatto una cazzata”, le dissi. Ma non so neanche più a quale delle tante mi riferivo.
Allora io tu e lei non ci abbiamo capito più nulla. Non mi ricordo molto di quel giorno, solo che ti ho trovato all’angolo di via Magna Graecia seduto per terra e con uno sfregio profondo sulla gamba mentre correvo, ti ho chiesto dov’era Anne e non lo sapevi. E ti ho odiato a morte, ti ho odiato così tanto che l’ho amata col pensiero e ti ho curato solo per lei.

Forse non ce ne siamo mai accorti, ma tutto si è fermato lì. In quel momento che lei se n’è andata, con la sua chiazza rossa che cresceva sotto la mia salvietta, o sotto di te. Tutto il rosso della nostra giovane vita se n’è andato con lei, e ha lasciato il posto a belle scintille pseudoborghesi di occhiali graduati e matrimoni degli amici.

Saranno vent’anni che viviamo insieme ormai, mia madre è felice che il saffismo della sua bella primogenita sia stato solo una fase, ma mia madre non sa ogni cosa che avviene tra noi, attraversa Anne.
Ho coltivato in giardino spezie di ogni tipo per decenni, non illuderti che siano per te, io non mi illudo che siano per me tutti questi oggetti che mi regali dai tuoi viaggi letterari, che ormai sono solo frustrazioni e insicurezze. Ho smesso di odiarti, convinta che in te sia rimasto un po’ del suo desiderio. E per lo stesso motivo ti ho dato amore ogni sera che ne avevi voglia, per trovare solo una goccia di quel profilo di mina che parlava senza microfono. E tu leggi da anni poeti francesi a una sportellista di banca che ti lava le mutande, e mi fai quasi pena perché non ti rendi conto che non sono io quella che ti sta di fronte.

Quando gli amici, con gli stessi difetti di pronuncia di sempre, ci dicono che siamo una coppia splendida, più innamorati che mai, noi ci voltiamo con un sorriso e guardiamo lo spazio vuoto tra noi due. E facciamo il suo ritratto. E possiamo abbracciarci solo dopo esserci assicurati che il suo profilo è qui, in mezzo a noi, a raccontarci che di “nessun movimento politico che non sia l’amore, si può parlare per sempre”.

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7 risposte a no dreamers

  1. poetella ha detto:

    questa è una delle cose più belle che io abbia letto negli ultimi tempi…(ultimi?)

  2. intesomale ha detto:

    Sì beh, un like in effetti non basta, MdD… questa è una di quelle cose che dimostrano che sei capace di aprire il cofano al mondo e a un capolavoro, ripararli, modificarli, mescolarli insieme, di costruire occhiali che cambino ogni colore vecchio in un colore nuovo, anche solo per cinque minuti. Questo è quello che cerco di fare io quando cerco di fare una cosa bella, e leggendoti qui mi accorgo che non ci riesco mai. Complimenti, giù il cappello. Giù tutto quanto. Tread softly, because you tread on my hat

  3. odinokmouse ha detto:

    Così bello che sono finito per chiedermi se le stelle che vanno o vengono stiano, comunque, tra le curve di Kruithof. 🙂

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