metastorie

Una volta ho conosciuto una persona, una persona molto particolare, nata in un tempo in cui ognuno doveva rispondere a una grande coscienza comune, italiana, e non alla propria. Il particolare sfugge a quel tempo lì, un tempo da uniformi e gesti condivisi, un tempo in cui nessun ingranaggio poteva incepparsi, né per volere di uno, né per volere di molti.
N. C. non ci ha nemmeno provato ad inceppare qualcosa. Lui era l’olio, faceva funzionare quello che si rompeva. E non sentiva il bisogno di opporsi, perché la sua verità non era la verità degli altri, la sua realtà non era quella dei sensi.
N. C. aveva delle storie in testa, ogni giorno, per ogni cosa che vedeva o sentiva, per il presente e per il passato e per il futuro. Ed erano storie vere, con i dettagli, i tempi verbali giusti, senza discrasie. Non accadeva mai che in una sua storia i personaggi cambiassero nome all’improvviso, o avessero un diverso colore degli occhi. Erano storie coerenti, nella loro inequivocabile improvvisazione.
Io l’ho conosciuto che era già anziano, ma mi sembrava sempre uguale. Un uomo dai capelli neri e molto claudicante a causa delle ferite di guerra di quel tempo lì, degli ingranaggi dittatori. Zoppicava visibilmente, una parte dei pantaloni dondolava sempre più dell’altra perché l’anca sinistra premeva sulla terra molto più dell’altra, a peso quasi morto. Nonostante questo camminava molto velocemente come se dovesse riempire il tempo fino all’orlo, sempre.
I suoi racconti erano palesemente inventati, ma avevano dentro quel pizzico di verità che ti fa sentire il sapore delle cose che esistono, che ti avvicina una storia alla pelle. N. C. era una di quelle persone di cui devi necessariamente fidarti, perché distinguere il vero dal falso nelle sue storie era impossibile come una battaglia persa, impensabile dubitare di un uomo così autorevole, capace di raccontare in modo così convincente.
Quelli così diventano poeti, si chiudono da soli o quasi in qualche sperduta villa di campagna, con molti soldi o molta gente disposta a prestarglieli, mentre lui le storie le dispensava ai passanti, richieste o meno.
Era un suo gioco privato, in cui l’identità delle cose e delle persone era quella immaginata sul momento. Si dice che quando si ha timore di qualcuno, un’autorità, un superiore a lavoro o una persona che deve giudicarci, bisogna immaginarsela nuda. Io credo che N.C. lo facesse costantemente.
Come quando incontrammo un ragazzo per strada, molto più grande di me e lui lo accusò all’improvviso di aver marinato la scuola (usò proprio questo termine, “marinare”, sarà stato l’ultima volta che l’ho sentito). Non lo conosceva assolutamente, voleva solo scherzare, ma il cretino cominciò a diventare tutto rosso implorando N.C. di non dirlo ai suoi.
Come quando disse che stava molto male, per farmi uscire prima da scuola, facendomi morire di spavento, poi ridere, al pensiero che aveva beffato inserviente, portinaia, madre superiora.
Inventò di avere un animale pericolosissimo che doveva per forza tenere nella casa sulla spiaggia, perché si spargesse la voce e nessuno venisse più a rubargli le carte da gioco, qualche detersivo o rimanenze di liquore d’inverno. E quell’anno, per la prima volta, funzionò.

Chi, come me, lo ha conosciuto, ride ancora di gusto su questi aneddoti. Io invece sono convinta, senza pretese, che vedesse delle persone molto più di quanto le persone vedano di se stesse. Sono convinta che nemmeno lui, con il suo fare frenetico che litigava con l’andatura zoppa sapesse riconoscere la linea rossa tra quello che inventava di un oggetto e la sua storia vera. Forse perché aveva imparato che siamo noi a dare una storia ai volti e alle cose, e se quella storia la crediamo vera, non c’è dittatura che tenga.
Ecco, io a volte penso che vorrei avere quel talento, capire attraverso un dettaglio una vita, attraverso un viso una storia e poi darla a chi non me l’ha chiesta, suggerendo a tutti che ci sono un sacco di modi di scrivere la propria vita, altrettanti modi di raccontarla, e che se finisci per confondere quello che hai visto con quello che hai sognato di vedere, quello che hai scritto con quello che hai creduto di sentire, l’esistenza diventa divertentissima.

Le sue metastorie sono diventate metastasi, purtroppo. Ma credo che fino all’ultimo dell’agonia N.C. non abbia ritenute vere nemmeno quelle. che abbia strappato la pagina della mente in cui aveva scritto quella fine.
Perché inventare storie vuol dire anche fare il bello e il cattivo tempo di questa vita qui.

E pensare che, according to genetics, io quel talento avrei dovuto ereditarlo.

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3 risposte a metastorie

  1. intesomale ha detto:

    “Perché inventare storie vuol dire anche fare il bello e il cattivo tempo di questa vita qui.”

    ma il pubblico non sa mai che sono le storie a dominare chi le inventa, non viceversa. Forse.

    • mododidire ha detto:

      uhm, non lo so… Forse a un certo punto non hai davvero più nessun potere. (in ogni caso la mia proposta di diventare un personaggio di una tua storia è sempre valida)…

      • intesomale ha detto:

        truth is: per essere un personaggio di una mia storia dovresti essere un personaggio della mia storia. Ho rinunciato da anni alla presunzione di scrivere storie di cui non conosco il colore e la forma per averli visti… questo mi distingue da chi ha la stupida vanità di voler fare letteratura in luoghi che, come questi, nascono per un altro tipo di parola.

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