A Gulliver “Trip”

Maestà, stanno sempre a lamentarsi, questi esserini a forma di formica che fanno della paura della morte la sabbia per le proprie orme. Si muovono nelle loro calde o fredde giornate lagnandosi del caldo o del freddo, a seconda dell’eccesso di stagione, perché l’eccesso non lo tollerano loro, così come non sanno gestire l’esagerazione. Sono pronti al muso lungo, quello che toglie qualcosa, toglie il momento, mai al braccio lungo, quello che ti porge qualcosa, il sostegno delle loro vene.
Giocano per partecipare, dicono, ma lo dicono solo perché hanno paura di perdere davanti agli altri. Usano frasi idiomatiche come “perdere la faccia”, come se potesse scollarsi da un momento all’altro davanti ai loro simili.
Gli altri sono sempre il loro dio, se lo ricordi anche quando le diranno di no, inorriditi dalla sua ingenuità. Loro fanno le cose “per se stessi”, le diranno. e se ne vantano pure. Non gli creda, è la loro peggiore bugia.
Non temono tutti, temono le autorità. Le temono e le rispettano, quando rispondono al loro criterio, quando hanno meritato i loro soldi,  quindi tentano scalate apocalittiche in ogni campo umano per essere temuti, o rispettati.
Si usano a vicenda, ma senza cattiveria, maestà. Usano gli uni la pelle degli altri, usano gli occhi, le orecchie, il naso di altri, mandano avanti il vicino, fanno assaggiare il piatto al commensale accanto, impauriti non dal veleno, spesso dal troppo grasso o dal troppo sale.

Sono codardi ed effeminati, dice?
No, vogliono solo una vita morbida, senza sacrifici, né offese né preghiere, faccia loro credere di essere “nel giusto”, in quanto “brave persone”, la ringrazieranno certamente. Quando il mondo chiede loro qualcosa in più, ad esempio l’ombrello in una giornata piovosa, cominciano a sbuffare, lamentarsi, prendersela con tutti, anche con chi li ama.

Da ciò che ho potuto sentire in questo tempo, non fanno che ripetere frasi di noia, e di immenso totale distacco da ciò che li circonda. “Non mi importa”, “che mi importa?”, “affari suoi”, “non mi riguarda”, “chissenefrega” sono le parole che ho sentito di più da adulti e bambini, uomini e donne, durante il mio esilio. Non le so spiegare cosa volessero dire ogni volta, maestà, ma sono frasi che si possono applicare sempre, e ad ogni situazione, questo ho capito. Anche se non si pensano. Ad esempio, io sto parlando con lei e a un certo punto mi volto dall’altra parte e dico a lei e a tutti che non mi importa, e così io e lei possiamo non parlare più, solo con questa formula magica, senza conseguenze. Solo una volta, da una ragazza alla quale stavo narrando la mia storia, ho sentito dire “raccontami, mi interessa” e da un uomo, abbastanza anziano, che mi ha visto cadere a terra in preda a un malore in metropolitana (uno dei mezzi che usano per muoversi) ho sentito frasi come “non si preoccupi, ci penso io”.
Per il resto nessuno ci tiene mai a precisare se e quanto vuole qualcosa, e le uniche volte che le donne di questo popolo dicono “ho proprio voglia di…” credono di essere incinte.

Hanno paura di ammettere di volere una persona accanto, ma poi passano le loro serate in mezzo alla folla, offrendo da bere a sconosciuti che non rivedranno.

Sono molto strani, cambiano tono a seconda delle persone con cui parlano, alzano il volume della voce negli spazi chiusi, lo abbassano negli spazi aperti, la loro vita sembra andare velocissima quando si cammina per le strade, o si entra per caso in un ufficio, e lentissima quando invece devono risollevarsi da un brutto colpo, quando devono perdonare, quando devono cambiare.

Dimenticano le cose belle solo per far star male qualcuno, dimenticano quelle brutte solo per far stare bene se stessi.

Sono soddisfatti quando ricevono un premio dal nulla, ma solo stanchi quando il loro premio è meritato.

Tutte queste cose le ho imparate perché sono un buon osservatore, sire. Nessuno mi ha aiutato. Ho chiesto e ho pagato qualcuno perché mi parlasse di sé e di questo mondo strano ma non mi è riuscito. a nessuno va di raccontarsi e chi lo fa mi dice solo quello che è bello, che è splendente, quello che c’è di buono in sé e di marcio negli altri, e ne parla con fare pettoruto, che sembrerebbe più appartenere a una razza di pavoni che di umani. Così non ho mai capito niente di quello che mi è stato raccontato, da quella triste bieca prospettiva, e ho pensato di cercare da solo ciò che lei mi ha chiesto di scoprire. Da solo e dal buco della serratura.

E da quel buco, sire, si vede quello che di buono è rimasto. Una specie di consolazione reciproca tra uomini e donne, che di solito sono due eserciti schierati l’uno contro l’altro. Durante il combattimento però succede qualcosa se nel corpo a corpo si incastrano bene, ed è un piacere. un piacere vero.
Solo che dura poco, devo dirle. Per alcuni neanche una notte, per alcuni il giorno dopo il combattimento ha già cambiato regole, per alcuni anche una vita, ma sono casi rari, e per tornare al loro orgoglio e arrabbiato menefreghismo, faranno sempre finta che sia accaduto per sbaglio.
O per caso, come dicono continuamente.

Rinunciano alla propria responsabilità delle scelte belle, pur di non sobbarcarsi quella delle scelte brutte.

Il mio compito è stato assolto, maestà. Mi dia le chiavi di casa mia.

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