in ogni virgola, noi.

“Lei gli prendeva il viso tra le mani, lo costringeva a rimanere lucido per quanto possibile, a guardarla negli occhi. Poi, sprofondandovi, vedeva uno sguardo aperto sull’infinito, e capiva che c’era un luogo in cui era completamente e incondizionatamente amata, accettata con gratitudine e con gioia.

Orah era il cetro, il fulcro. Anche quella era una novità che Avram le aveva fatto scoprire. Lei, non lui, e nemmeno loro due insieme. Il suo corpo, molto più di quello di Avram, era il crocevia delle loro passioni, il luogo in cui avveniva il loro amplesso. Il piacere di Orah era per Avram più agognato del suo. E questo la stupiva, la irritava talvolta. Adesso lascia che sia io a fare qualcosa per TE, insisteva, voglio che anche tu goda. E lui scoppiava a ridere: ma quando godi tu godo anch’io, non te ne rendi conto? Non si vede? E lei se ne rendeva conto, lo vedeva, eppure non riusciva veramente a capire. Cos’è tutto questo altruismo? Si stizziva. Ma quale altruismo? ammiccava lui scaltramente, il mio è puro egoismo. E allora lei sorrideva titubante, come per una barzelletta non compresa, e si abbandonava alle carezze, alle coccole, intuendo che c’era qualcosa di complesso in lui, di distorto, che forse avrebbe dovuto insistere a capire, per conoscerlo davvero. Ma i suoi baci erano dolci, le carezze provocavano in lei un terremoto, e ogni volta lasciava perdere, non era mai il momento giusto. E alla fine non ne avevano più parlato. Eppure, se fosse stato il contrario, lei lo sapeva, lui avrebbe insistito, indagato, preteso di capire, meravigliandosi di ogni risposta, ricordandola, serbandola, rivoltandola più volte. […] Si asciugò voltandogli le spalle, ricordando che all’età di diciannove anni le aveva detto che i suoi seni erano splendidi perché si adattavano perfettamente alle palme delle sue mani. E quale meraviglia provava nel contemplarli, non ne era mai sazio. Sfolgoranti li definiva, prosperosi. Il che, ancora una volta, le provava in assoluto che lui non la vedeva com’era in realtà, era cieco ai suoi difetti, e probabilmente l’amava. E lei lo adorava per aver trasformato le sue tette in seni, per aver fatto loro posto nel mondo ancor prima che qualcuno si accorgesse della loro esistenza, per aver creduto con tanto trasporto che fosse una donna quando ancora lei stessa ne dubitava.”

Grossman, ti ho sottopelle ormai.

(Hag Sameach.)

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