Verba volant

So quello che vi hanno sempre detto.

Ve l’hanno detto in occasione di una nota sul registro, con fare minaccioso, poi ve lo ha dirà il prete al corso prematrimoniale, poi l’avvocato, quando avrete le rogne col condominio. E lo direte voi da grandi, al vostro datore di lavoro, pretendendo un contratto, un aumento, un regolamento.

Che scripta manent, che quello che è su carta dà sicurezza, ci fa sentire protetti dall’ingiustizia, o più forti, più potenti, in grado di ricattare. A cosa servirebbe dire “ho in mano tutte le carte” se non in difesa di un torto subito?

Bene, avete sbagliato tutto.

Questi sono pensieri da senatori, da uomini di legge. È più interessante sentire il pensiero dei poeti. Per i poeti, o meglio per i cantastorie, la locuzione scripta manent era una violenza, era come dire che le parole sarebbero rimaste incatenate, incastrate in un tempo e in luogo che non sarebbe appartenuto presto più a nessuno, che sarebbero morte su quella carta come fiori secchi e sbiaditi, che lasciano macchie di colore altrove, perdendolo. Le parole che restano sono da barbosi giuristi, da fessi, da un Dio stronzo da antico testamento.

Che le parole volino, invece, è questo che ci si deve augurare. Che cambino, che si tradiscano e che si rinneghino, che rispettino il loro codice ma che siano disposte a mutarlo, che trovino risposta nei giorni della vita e nella vita dei giorni. In una parola, che siano vive. Che varchino i confini del tempo e dello spazio e che arrivino anche dove la carta non esiste, dove ancora la scrittura si incide sulle porte.

Smettete di pensare alla fiducia che vi ispirano gli scritti, è una fiducia troppo facile, affidatevi al fiato suadente delle parole che volano, che non sono e non saranno mai legge, che non vi giudicano ma che vi strappano un sorriso prima di sparire. Quelle che in vita ricorderete davvero, senza mai portarle in tribunale.

È questo che significa “verba volant, scripta manent“. Ma nessuno ve lo dice, perché è terribilmente pericoloso che lo sappiate. Basterà non scriverlo, basterà che nessuno di voi prenda appunti oggi.

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Studio per una lettera del veggente

Un indizio
Un segnale
Un presente
Non nel senso di un regalo, ma di un senso.

Una parola
Una poesia
Una copertina
Che riconduca a un tempo mai passato

Una goccia
Una carta
Un’iscrizione
Per decifrare che siamo ancora qui

Che non siamo ancora morti, ma nemmeno ancora vivi
Che non ci stiamo aspettando, ma nemmeno facendo aspettare
Che infiliamo briciole nella collana degli anni, per non perderci.

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Il pozzo e la cattedra

Sono nostalgica come un pozzo.  Forse di più come una pentola a pressione.  Sudo volontà e piango affetto.
Nostalgica di quello che non ho mai vissuto, come è la vera nostalgia.
Se potessi sedermi a un banco, e sentirti parlare, sarei quella in prima fila, anonima il giusto, in silenzio, con una penna che faccia da ponte tra la tua voce e la mia mano. Stringerei i pugni per non lasciar sfuggire il tuo fiato. Non capirei nulla ma ascolterei quello che non vedi.
È un’aula grande la tua? Sono tanti i visi che ogni giorno si contendono la tua attenzione?
È una cattedra grande la tua? Il mio banco è piccolo, e non ho mai insegnato niente a nessuno.
Ma la nostalgia, la nostalgia di qualcuno come te che mi insegni la materia di te è lacerante e fischia forte per lasciare uscire la voce.
Se solo potessi sedermi, se solo le lezioni di quelli che hai perso per sempre fossero libere, da sbobinare come un manuale di istruzioni.

Il tutorial della lontananza, il montaggio delle cose mai nate. 

Eppure nessuno ha avuto il coraggio, e nessuno si prenderà mai questa responsabilità, l’onere di insegnarmi qualcosa che io prendo alla lettera e trasformo in dinamite.

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Distorta

Sono stata capace di inventare una realtà fatta apposta per me, con gli stessi sensi di colpa, la stessa necessità di riscatto non si sa da cosa, la stessa fottuta insoddisfazione continua, la giusta anarchia per ribellarsi a selezionate ed esclusive catene, la moderata borghese dose di sofferenza, che persino i leoni mi sembrano colombe di pace.

Spero un giorno di incontrare qualcuno che mi impedisca di costruire la mia bellissima realtà anziché sdraiarcisi dentro e mi insegni a guardare la realtà vera, dove i leoni sono feroci e fanno male.

Perché io, maledetta me, ancora non posso crederci.

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Babel

Fa male e fa bene varcare la Porta di Ishtar tra le mani calde del cambiamento.

A darsi la mano tra i leoni, questa volta, l’ineluttabile e l’inaspettato.

E l’inaspettato dalla vita non è forse… vita?

Né vittima né carnefice frustrata, solo maledetta dalla tara della memoria. Lì dove le parole volano, deve rimanere comunque lo scritto su un qualsiasi impolverato scaffale a fare male, a fare bene, a fare luce.

Mi viene in mente l’amore, quello grande più di tutti, sotto forma di essere mitologico smaltato sulla mia personale porta del cambiamento con riccioli resistenti e lontani, che si appiattiscono nel corvino di questo lungo sonno.

Se fossimo tutti mattoni lucenti strappati a qualcuno e risistemati come si può? Avremmo perso ogni sacralità, ogni vera fertilità, ogni religione, amore mio.

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Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

Julio Cortazàr

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Angeli e dorsali

La stanchezza. Sere che vorresti che qualcuno ti togliesse i pantaloni mentre i tuoi muscoli non funzionano. Tutto il giorno sui tacchi, le caviglie che fanno male, ma sentirsi pieni di vita.

Ancora e ancora e ancora e ancora vita.

Lo spritz sbagliato, i tecnici che dicono no, i responsabili che dicono “sì ma fai anche questo”. Fai fai fai. Le sfide. Gli ordini. Le ingiustizie che una volta tanto non ti riguardano. Come stare su un parapetto a guardare i tetti della città. Sentire il freddo davanti e il caldo dietro. Come se qualcuno ti si stesse appoggiando addosso.

Gli angeli custodi sono così caldi? Vibrano di bellezza? Forse senti il calore incustodito degli angeli custodi e li scambi per dèmoni. E quando ti volti non ci sono più.

Puoi immaginare che abbiano l’aspetto di tuo padre, le mani di uno sconosciuto, il sesso del tuo amore, i capelli di un collega.

L’incesto non disinnesca il pensiero, nemmeno il peccato.

Se apri gli occhi è ancora tutto lì, anche i pantaloni. Le caviglie fanno ancora male, nessuno a massaggiarle. Rinunci anche a fare la pipì. Tieni tutto dentro in questo stato di veglia e torpore.

I dorsali sono tesi come ali che stanno per fuoriuscire. Che cosa troverebbero se ti tagliassero la pelle? L’infezione del desiderio esce solo dalle crepe buie in cui qualcuno deve avere il coraggio di entrare.

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I’m ready, my Lord

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Footprint on water

Dobbiamo lasciare le orme nell’acqua. Accontentarsi della sabbia ha rotto il cazzo.

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I preziosi

A volte sarebbe bello avere qualche valore in meno. Faremmo tutti meno i preziosi e saremmo più prìncipi e meno di princìpi.

Magari più allegri, magari un po’ sbronzi.

E non dovremmo implorare un cazzo di sorriso come dentisti scemi

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