Quando non c’è niente da salvare

Anni fa mi sono iscritta alla newsletter di VDC – Violations Documentation Center in Syria, perché avevo deciso che era giusto ricordarmi – con dati di prima mano e sul campo – di quello che avveniva e che sta ancora avvenendo da quelle parti. Periodicamente mi arrivavano i report sui morti, sugli attacchi, statistiche sui diritti fondamentali violati, sia in arabo che in inglese, senza grafica, senza fronzoli, solo testo. Non li leggevo tutte le volte, lo ammetto, tuttavia erano un aggiornamento sì faticoso e doloroso ma molto utile.
Da un po’ queste newsletter cominciavano a diminuire progressivamente. Non mi occupo più di giornalismo e così ci ho messo qualche settimana ad accorgermene, e quando me ne sono accorta sono andata a cercare spiegazioni prima nella mia cartella spam, poi sull’effettiva mia iscrizione alla newsletter. Ma il problema non era niente di tutto ciò, quei dati non arrivano più o arrivano con molta lentezza (e non posso nemmeno immaginare con quanta fatica) perché non c’è più nessuno a fornirli. Cittadini, ONG, giornalisti, esperti sul campo. “Sono dovuti fuggire” o sono morti.
Dove c’è la guerra sono in corso una crisi, un’emergenza e una tragedia messe insieme, ma dove c’è una guerra che non si può nemmeno raccontare, con il peso dei numeri, dei nomi, delle storie, delle fotografie, è in corso più di una tragedia, è l’inferno in terra.
In definitiva non è vero che non ci sono tragedie più o meno vicine o tragedie di serie A e tragedie di serie B. Ci sono, e dovremmo capire una buona volta che questa tragedia è più grave delle nostre. Per mettere una fine, quantomeno, anche se questa piccola stupida esperienza mi sta facendo capire quanto non sia proprio rimasto più niente nemmeno da far finire.

Buon lavoro VDC, anche se ogni report è un miracolo : http://vdc-sy.net/en/

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Freud in utero

Ci sono persone fatte per il miracolo della morte e persone fatte per il miracolo della vita. 

Se una persona fatta per il miracolo della morte, fatta per perdere, per il connotato della disillusione, fa una vita, quella vita è già morta prima di nascere senza saperlo. Lo si fa, ma è sbagliato.

Se una persona è fatta per il miracolo della vita, fatta per dare e per nascere, capace di cogliere ogni raggio di sole, non può perdere, non può capire il male profondo, visitare l’inferno la notte insieme a quella fatta per la morte. Se perde, se si fa male, è come se non fosse mai accaduto. L’oblìo e l’ignoranza sono il suo luminoso destino.

Dopo avermi conosciuto, aver preso per mano il labbro che trema, come fai ancora a portare gli occhi bassi come si porta un vestito troppo strappato per farlo vedere in giro?

Davvero non lo so. 

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Intorno

Sono nata in provincia, in una provincia ospitale. Ho capito che basta guardarsi intorno, né davanti né dietro, per vedere l’orizzonte e l’infinito.

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Troppo coraggio per niente

C’è una me che è morta il giorno che te ne sei andato. E una me che è nata da quella cenere.

Se le due oggi si incontrassero non si riconoscerebbero, l’una si scosterebbe dall’altra per l’odore che emana, così diverso dal suo.

Ma avrebbero più rispetto della vita di quanto ne avevamo noi, e si direbbero Addio.

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Tana per te

Per ogni volta che ho straparlato di fronte al tuo silenzio attonito e per ogni volta che ho capito tardi che quel silenzio era la cosa giusta da fare, la cosa giusta da essere.

Per ogni tuo sorriso impastato al mattino e raggiante alla sera.

Perché hai fatto diventare una cosa piccola mille cose grandi.

Perché giochi con quello che è mio, e me lo restituisci sempre più intero di come era prima.

Perché mi restituisci intera a quello che c’era prima di te.

A volte mi chiedo cosa c’era prima di te, e mi rispondo che non ci sono mai stata io, che forse l’autocoscienza inizia quando inizia l’amore.

Se il mondo vedesse l’angolo delle tue labbra quando dormi , conoscerebbe la pace. Come l’ho conosciuta io, quando mi insegnasti che il gioco vero non è nascondersi, ma farsi trovare.

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Incubatrice di incubi

Non ferite del momento, ma pruriti graffianti.

Per quanto faticosa possa sembrare ogni salita, ce n’è una – da qualche parte nella mappa della latitudine del dolore – più difficile.

lapauradeimotivi

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La Reine de Montparnasse

Dear Emmanuel,

I’d like to write you these few words, in your language, to thank you for your sincere – and sometimes childish – eye on me.
You’re right when you say the relationship between the artist and his naked model is not a matter of sex, it’s more about a cold sight. For me it’s simpathy in the air, imperceptible like pollen but whose effects are unpredictable and devastating.
Your hand on the canvas, your look on a negative are my reflection in real life. No one except me, this poor and silly girl, has the opportunity to see herself from the outside, exactly the same way  someone else looks at me. I’m thankful every day to you for this gift.
But I know you don’t like this kind of assumptions or statements about your work and I’m not writing to you for these. When you create, I’m a rude material in your hand, the symmetrical side of your pupil, and I’m so proud…
You said it’s not about love. Well, Man, try to find a name. It’s about your eyes that open me wide, like a father who spreads his child’s legs to teach him to walk. It’s about the lover’s fingers that open wide legs to teach me to love. You say it’s a cold room, but your look is able to penetrate my internal organs, my deepest dirty thoughts,  better than anything else. Don’t think , you said, when I’m from behind. If you think something, that ends up on your shoulders and then it falls in picture.
Every time I’m yours, I admire your power to choose lights and shadows and I can feel clearly your fingers opening me, like a flipping page, your camera that climbs on my uterus, on my stomach, the palm of your hand that keeps track of my breast. Finally your thumb and forefinger open my mouth widely, touching my teeth, then spread my nostrils and my eyes… At this point I’m so done that you can use my hair like a chain between your joie de vivre and mine, so that my rude popular bodily material could become a masterpiece. Like the God’s breath on Adamo.
You’re right when you say it’s not a matter of sex. It’s a matter of touch between human and divine forces. So thank you for having me, in your personal, reflecting, disturbing way.
All my love,
Kiki

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Labbra

Come un fumogeno di piazza
Come il contadino in pensione
Nel paradosso che fa ridere tutti
lascio energie a chi le vorrà
potrei cederle in cambio di una battuta brillante
Barattarle in cambio di un’epifania.
Butta giù questo velo non sensuale
Una zanzariera da cui non mi vedo
Costruiscimi una gabbia di specchi
Getta via la chiave dove non posso sprofondare
In cambio ti deglutirò forte

con tutte le labbra che mi restano.

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La strana abitudine. (Non si danno nomi alle vite immaginate)

Marta aveva una strana abitudine nei primi giorni di primavera, che andava oltre le comuni pulizie del cambio di stagione. Da una settimana circa doveva pulire la superficie più alta della casa, un armadio alto quasi 3 metri, su cui la polvere si depositava incurante delle stagioni, delle scarpe sul pavimento, degli oggetti, delle assenze e dei ritorni.
La settimana doveva essere quella precedente, ma le piccole crisi depressive la lasciavano vuota e stanca, incapace di arrampicarsi su una scala a pioli. Non era patologia, erano solo  piccoli aghi conficcati nei punti giusti dei nervi, come nella medicina cinese. I punti della tristezza, i punti dell’assenza. Alessandro se n’era andato all’inizio dell’autunno, senza troppi lamenti e con un sorriso sempre più diritto, portandosi dietro i suoi muscoli ancora tonici nonostante la malattia, e 56 anni di luminosità instancabile, di facinorosa voglia di vivere che si espandeva come l’acqua in tutti gli angoli, della casa e di Marta.
Dopo che lui era andato via, lei semplicemente era tornata indietro a prima di conoscerlo. Un processo semplice, che non aveva alcun bisogno di costosi strizzainconsci. Era tornata indietro a quando la gioia di vivere le sembrava un gioco da polli, da poliziotti inconsistenti che la domenica portano i figli allo stadio liberandosi della divisa da stipendio pieno con contributi pensionistici. Dall’alto della sua profondità ansiogena altoborghese, a 25 anni era il tormento la sua vocazione, il silenzio e il tormento. Ma vuoi mettere, quando l’ego tirava fuori il meglio di sé con una promozione, un’idea geniale, una soddisfazione intellettuale non retribuita che faceva scattare gli applausi sulle briciole di sé che lasciava su Facebook?
Era tornata indietro, perché il futuro non le apparteneva più. Non aveva più paura della morte, dopo che Alessandro era andato via. Il peggio è passato, si diceva. Il male è di chi resta.
Nell’ansia altoborghese che era ritornata su come un geyser rimasto intrappolato tra le pietre di zolfo, aveva scritto delle lettere a persone del suo passato. Amiche, amori, parenti lontani che ne assecondavano i tormenti quando ancora si aveva il tempo di farlo. Oltre che una pratica patetica, di una povera vedova con gli aiuti sotto forma di gocce, era per lei una ricerca scientifica, statistica, una sfida. Chi avrebbe mostrato compassione? Chi avrebbe fatto finta di nulla? Chi avrebbe cestinato la mail, a chi sarebbe finita nello spam. Troppe variabili per una grammatica dei sentimenti rigida come la sua.
Ne aveva spedito solo una, che fatte salve cancellature e negazioni sbarrate, nella brutta copia faceva così:

Non so come iniziare, dopo tutto questo tempo.
So che ora che la mia vita è finita, perché non mi sono mai interessati i fiori di primavera e l’osservare il cerchio del sole sulle panchine del parco, ora che ho 60 anni e la mia vita è finita, ho voglia di ricordarti con presunzione, che da qualche parte, in una dimensione altra, c’è stata la nostra. In quella vita lì stiamo ancora insieme, ci guardiamo rattrappire le mani e le accarezziamo con la tenerezza di quel giorno di fronte a un cancello di San Lorenzo. Ma non ce lo ricordiamo più, perché viviamo solo nel presente e nei legumi preparati a pranzo per la cena. Il medico ti avrebbe consigliato di non correre più, e di non mangiare più così tanta carne e tu con una battuta sarcastica gli avresti obbedito. Avresti smesso di indossare quelle giacche pesanti che ti ingobbivano a 30 anni e finalmente avresti accettato che ti stirassi le camicie, sarebbe accaduto qualche anno dopo il matrimonio, come un’investitura medioevale.
Staremmo a goderci quei pochi soldi dei miei anni con partita iva, mangiando poco per scelta, ridendo tanto per recuperare, leggendo tanto per dimenticare.
Quella vita non c’è stata, e non ci siamo mai chiesti come sarebbe stata. Allora penso che glielo dovremmo, alle vite che non abbiamo vissuto, alle strade che abbiamo lasciato al bivio, un po’ di considerazione. Di comprensione, di interesse per il loro mistero che comunque ci ha accompagnato nel positivismo dell’esistenza concreta.
Alessandro diceva che era la mia condanna atavica, il mio occhio voltato all’indietro verso quello che NON è, o NON è stato, verso quello che NON ha, verso la negazione dell’essere.
Io penso che me lo hai insegnato tu, lasciare una parte del cuore verso quello che non sta accadendo, che non ha avuto il potere di nascere. Le persone con criterio lo ignorano, ma io ricordo che a te distorceva il sorriso.
Ho amato tanto, in questa vita. Ho amato Alessandro follemente e di un amore totale, quotidiano ed eterno ogni giorno, fatto di dedizione e comprensione, come fosse l’altare a cui donarmi. Non ho avuto figli, non li ho voluti. So che tu sì, e sono sicura che se non per vocazione, sicuramente per impegno, sarai stato – e sei – un padre straordinario. Non te lo ricorderai, ma ho sempre pensato, contro la sopravvalutata logica umana, che fosse innaturale avere dei figli. Loro non chiedono di nascere, tu non sai se è un peso che puoi sopportare. Il bene non è naturale, il bene si costruisce, si dà a chi ha bisogno e con la dovuta razionalità, non si crea qualcuno solo perché non si sa dove mettere l’amore. Alessandro mi ha capito, anche se gli è pesato per molto tempo, ma sa che avevo ragione, non avrebbe voluto qualcun altro con il suo sangue a piangerlo negli ultimi mesi.
Non mi hai chiesto tutte queste cose, lo so. E faresti bene a non leggerle, ma hai sempre letto tanto, e non ti costa nulla. Davanti ai miei passi, sul mio percorso, c’erano sempre a un certo punto delle tacche sull’asfalto, segni tribali a ricordarmi di fermarmi su quello che non c’è. Una era per mio padre. Una era per te. E così dopo un pezzo di strada, dovevo ricostruire nella mente, come una preghiera, la vita con te, quella con mio padre e all’occorrenza tutto quello che ho lasciato andare. Non è così illogico, se è questo che stai pensando: non possiamo immaginare ciò che avverrà, non è salutare, ma possiamo di sicuro immaginare quello che non è stato. Non fa male a nessuno intorno, dopo un po’ nemmeno a te.
E così penso a come sarebbe stato, veder invecchiare i tuoi capelli, a come sarebbero cambiati i tuoi occhi appesantiti dal tempo, mi chiedo se è più passionale condividere un tormento o farselo spazzare via. Per me l’amore è finito, quello a cui devo pensare oramai è portarmi appresso un’anima pulita, ma un’anima pulita non guarda al passato, perché il passato sporca. Io e te ci facevamo sporcare dal contesto col gusto godurioso di chi può fare stupidaggini quando si sente soffocare. Ti scrivo per chiudere una vita immaginata, che si è aperta molti anni fa solo grazie alla mia fantasia bambinesca. A 60 anni so, finalmente, che due immaginazioni che vibrano all’unisono possono finire lontane, che sono una maledizione, non un miracolo. A venti un pensiero così mi spaccava le viscere, mi faceva contorcere dal vomito, mi procurava un macigno sul petto e mi legava i nervi. Ho incontrato persone che mi hanno curato, che mi hanno insegnato il valore della rassegnazione come medicina dei poveri. Poveri d’animo, come me e te. Poveri di coraggio. Mi ha sempre confortato sapere che se avevamo qualche ancestrale colpa da scontare, l’abbiamo fatto abbondantemente. Non con la vita che abbiamo vissuto, che è stata felice nonostante le difficoltà e il tormento con il quale siamo nati ciechi io e te (credo di poterlo dire anche di te, senza tema di smentita, sia della felicità che del tormento…), ma abbiamo scontato una colpa con la vita che NON abbiamo vissuto.
Che proprio perché non c’è per nessuno, non ha mai avuto un nome.
Oggi, da vedova sessantenne con le dita deformi, ho voluto darglielo.

Con l’amore che non è mancato a sufficienza,

Marta.

Pregava che non arrivasse mai una risposta, naturalmente. Ma pregava anche che fosse arrivata, spedire una lettera in un’università è sempre un terno al lotto. Sperava che non destasse la curiosità di un labirinto di segreterie, dipartimenti, caselle postali sempre più piccole moltiplicate per tutti i precari senza contratto, sperava nella protezione del baronato.
L’operazione polvere era iniziata come ogni anno domenica 5 marzo, prima della primavera. Sempre uguale a se stessa, senza Alessandro a reggere la scala. Un piolo dopo l’altro il piccolo piede 37, l’unica cosa del suo corpo rimasta miracolosamente uguale a 40 anni prima, saliva fino ad affacciarsi sullo strato di polvere dell’armadio a sei ante riportandolo al suo colore naturale, ogni anno quello della passata primavera, con movimenti circolari del palmo e del gomito.
Forse fra un po’ non avrebbe più potuto farlo, le articolazioni cominciavano a protestare, ma per ora l’odore dello spray antistatico vinceva sull’artrosi. Marta prese con cura un giornale della settimana prima, mai letto, e come fosse un tovagliato da scegliere per le nozze, ne tirava fuori i fogli delicatamente, sistemandoli sulla superficie, perché raccogliessero nell’anno la polvere al posto suo. Arrivata alla penultima anta, l’occhio andò sul necrologio ADDIO PROFESSORE. Avendo perso più persone di quelle che aveva guadagnato in vita, parole come “si è spento”, “lo ricordano”, “condoglianze”, non la spaventavano più. Non vacillò, appesa sulla scala, nel sentirsi inevitabilmente vedova due volte. Non prese il giornale tra le mani per leggere meglio. Lo lasciò sull’armadio disteso a prendere polvere, come forse merita la vita non vissuta.
Imparò che non si danno nomi alle vite immaginate.

Né da soli, né in due.

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Resa

Non terrà mai la bocca completamente chiusa.

Non incrocerà mai le gambe.

(La resa, non la lotta la salverà)

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