Scriviti un’altra storia

Ha gli occhi di un ragazzo e i capelli di un uomo. Sembra triste anche quando non lo è, felice anche quando non c’è nulla per cui esserlo. È esperto in delusioni perché non è mai quello che vuoi.

Puoi immaginarlo con una canna da pesca che guarda il mare scuro, dondolante o davanti a un computer a scrivere poesie che lui chiama lavoro. Pesca parole che non leggo più, da quando non si può aver tutto.

Gli puoi dare tanti nomi e te li rifiuterà tutti. Altro non gli interessa che quella piccola voce che lo riporta indietro. Non andrà avanti mai, ma non sarà mai un problema. Basteranno quelle frasi una in fila all’altra sul giornale la domenica per dargli sollievo, basterà che la piccola voce sia vicina.

È lì ma non è lì. E questa trasparenza non l’ho mai amata. Mi ha riconosciuto e io non lo aspettavo, o mi ha schifato quando ho desiderato solo lui.

Dammi tregua, chiamati con un altro nome, scriviti una storia che non abbia occhi di fanghiglia, che non mi venga addosso curiosa nella notte, che non mi faccia tremare le clavicole quando sei intorno.

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Il segno meno

Caro stelo del mio fiore, è il segno meno a fare la differenza. Come hai fatto a non capirlo finora? A quali maestri hai dato quei capelli così morbidi? Sono passati incontabili anni dai muri scrostati su cui ti ho appoggiato, dai b&b diroccati in cui non ti ho mai invitato, dai cani con la coda schiacciata da un’auto che urlavano pietà. Sono passati millenni da quello che non va.

Incontabili o solo migliaia. Eravamo determinati a tutto, tranne a quel determinismo. Al destino dei ricchi. Andiamo avanti per accumulo, chiamiamo figli un po’ tutto, anche i successi degli altri. E invece non dovremmo, perché siamo marchiati dal segno meno sin dalla nascita.

I sacrificati felici.

Gli sconfitti ricchi.

La nostra era una guerra che si poteva vincere solo perdendo. Hai ragione, amore mio, mia terra, non esistono guerre così. Guerre che si vincono nascondendosi nel fango e dal fango… costruire.

Non sento più nulla. Ho perso l’udito per paura che in un giorno di temporale, con l’aria già elettrica che trema, tu possa chiamarmi a squarciagola con quella frequenza che ricordo tra le scintille dei tram. E che per quanto sia lingua introducibile la tua io possa preferire quel baratro a questa giostra e di quella guerra vedere la differenza.

Mi sono strappato un senso perché tutti gli altri non mi riportassero indietro.

Le cose finiscono senza un saluto, senza una divisione, senza un’aggiunta. Le cose finiscono senza.

È il segno meno a fare la differenza, ma è sempre fare a meno che ci martella la memoria.

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A cosa ho dato il mio nome

A cosa ho dato il mio nome?

A nulla e nessuno

Non era degna una pianta, e nemmeno un fiore

Non era una giornata da rivivere o un obiettivo raggiunto

Non era il vuoto dell’estate col suo sesso scoperto

Non era questo cielo di ormoni alla finale di una partita tutta loro

Certe mattine non lo meritavo nemmeno io

Quei giorni che ero indifferente come Milano

Quelle sere che ero battagliera come il sud

Qualcuno mi ha guardato con terrore

A lui forse dovevo dare il nome mio

A un muro, a una maglietta, a un figlio, a un fiore perdente come tutti i fiori. A una notte moribonda come tutte le notti.

A un bacio che era uno schiaffo ma è rimasto un bacio perché i nomi non si cambiano.

A una vita inconcludente lanciata per caso nell’ordine del mondo dovevo dare il nome mio.

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Omaggio

Mi sono tolta gli occhiali

E ho visto che eri lì

Due colpi di mascara

Un colpo solo ai jeans

Ci separavano solo due PC

E una scrivania malandata

Centinaia di cavi arrotolati

Ma forse quelli ci hanno unito

Un tempo infinito con lo sguardo alzato

Non mi era mai successo di non buttarlo giù

Abbiamo giocato a chi rideva per primo

Ma non ha più riso nessuno

Era serissimo quel groviglio di cavi

Erano serissime quelle tue pupille nere

Che scavavano senza permesso

Un patto di sangue combusto

Un sigillo di anima rafferma

Solo i miei occhiali son rimasti lì

A ricordarci com’era bruciare vivi nell’errore

Hanno visto tutto

Anche i gonfiori delle vene.

Ancora me lo rinfacciano ogni notte.

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Il gioco e la forza

Quando ero bambino pensavo che tutto fosse mio. È normale, direte voi. I bambini non conoscono i confini, per loro i limiti sono fili che tengono insieme la curiosità. Ma allora perché dicevo “mio”? Se non avevo il senso del confine, della proprietà, che motivo avevo di usare un possessivo che mi hanno insegnato molto presto?
Forse i bambini sono cattivi.


Io non potevo non guardare qualcosa e pensare che non fosse mia. Mia per me. Mia accanto a me. Mia dei miei occhi. Del mio sguardo, delle mie mani, della mia bocca per mangiarla. Succedeva per ogni mattoncino lego, per ogni gioco nuovo di mio fratello, per ogni gonfiabile del parco.
È mio, e se tu ci giochi lo fai perché te lo permetto.
Ridevano tutti quando indicavo le cose e dicevo “mio”. Strano che io me lo ricordi, non si elaborano ricordi coerenti prima dei due anni. Ma io quel gioco lo ricordo: ricordo le ovazioni, gli applausi di mamma, papà, degli zii. Ricordo che continuavano a chiedermi ossessivamente di chi è questo? indicando qualunque cosa per sentirmi dire è mio.
Nel frattempo sono diventato grande, ho avuto tutto quello che volevo, ma ieri sera mi è capitato di pensare a quanto doveva essere insopportabile quel bambino che continuava a dire è tutto mio.

Tanto per cominciare mi sono accorto di non aver mai imparato a chiedere il permesso. Posso giocare? Posso andare? Posso avere? Posso?
Non so neanche come si fa, non me lo ricordo più come si chiede qualcosa che vuoi. Ricordo solo quel saltello del cuore quando ti capitava a tiro un bel giocattolo a casa di un amichetto e lo afferravi dicendo “è mio”.
Ci penso ora mentre sorseggio un caffè e aspetto che lo studio si riscaldi. È sabato, ci sono solo io, ho dovuto accendere i riscaldamenti sul tardi. Aspetterò un cliente, per un appuntamento lungo tutta la mattinata.

Nel frattempo ho mal di stomaco. Penso a Daria, non ho mai chiesto il permesso nemmeno a lei. Ieri mi ha detto no. Un ennesimo no. È la donna dei no. Mi hai dato le date sbagliate, io in vacanza coi tuoi non ci vengo. Il suo no era per metà colpa mia ma che rabbia ragazzi, che rabbia cieca. Un no ti fa male sempre, il suo poi è tagliente come un bisturi. Diventa insopportabile, strafottente, vorresti urlarle contro. Mentre pensi “deve cedere lei” senti cingolare l’armatura delle sue ragioni, che si prepara ad andare in battaglia.


E così sciaf. Con rabbia. Non ho voluto nemmeno discutere. Eravamo a letto e la sua coscia destra mi stava vicino, bianca e nuda. Ho solo fatto cadere la mano, così mi sono detto mentre restituivo la forza all’istinto, invece di dargli in pasto il controllo. Suono forte, mano pesante. Mi era già capitato di farlo. Io e Daria giochiamo spesso così, soprattutto a letto. I rumori che fa la pelle quando la tocchi, la percuoti, i sensi, i modi, i rossori. Lei ride, gridacchia, dice smettila mentre ansima. E ci piace, ci piace tanto. Lo so, anche se non gliel’ho mai chiesto.

A dire tutta la verità io e Daria giochiamo spesso con le mani, ma mai durante una discussione. Avremmo dovuto scoppiare a ridere entrambi. Ma non è andata così. Qualcosa in quella mano aveva scansato il gioco, le dita non erano le stesse che stringono lievemente il collo tra le risate durante un amplesso, il rumore non era quello della pacca sul culo di quando andiamo a cena nel suo posto preferito e lei indossa il vestito blu. non so cosa ci fosse di diverso, quale materia organica aveva cambiato il gioco in violenza. Ma quando ho guardato quella macchia rossa che si irradiava sulla sua coscia intorno alla forma lasciata evidentemente dalle mie dita e poi ho guardato Daria, senza alcuna espressione, pietrificata, ho capito che il discrimine tra la mano e il gioco era lei. Il suo umore, la sua scelta, il suo pensiero, la sua decisione, la sua presenza. Il suo capriccio, se necessario. Lei era viva, esisteva, la mia libertà finiva improvvisamente dove iniziava la sua. Quella coscia non era una mia libertà. Non avevo mai avuto un giocattolo così vivo, così “mio” e così poco mio.

Ho riso, cosa dovevo fare. Ho finto di scoppiare in una risata isterica, mentre sapevo benissimo di star sprofondando improvvisamente in un buco nero in cui per gli attanti della stanza io non ero mai stato un avvenente avvocato di successo sulla trentina e nemmeno un bambino viziatello e arguto che dice “mio!” a tutto. Stavo scomparendo a me stesso, i miei arti si dissolvevano, l’imbarazzo mi consumava.


Gli occhi di Daria mi restituivano infinita pena e disgusto per un ragazzino istintuale che deve risolvere le cose così. Dev’essere in quello sguardo che ti restituisce povertà che si nasconde il mistero del consenso, di cui parlano alcune delle clienti dello studio. Esplicito, non esplicito, alluso, all’uso dell’amante, ad uso del marito, abuso del passante. Io non ho mai chiesto a Daria il permesso per nulla. E non perché come vogliono farmi credere i mariti delle mie clienti, perché il permesso, la domanda, la richiesta smorzano il romanticismo. No. Non chiedo perché penso che nemmeno lei lo chiede a me. È la mia personale visione di parità. Ma vincono secoli di storia in cui alle precedenti Darie nessuno ha chiesto il permesso mai. Dovrei chiederlo ogni giorno, per compensare.

Lo dirò a questi imputati di provincia, che le loro donne hanno ragione. Dirò a Daria scusa, lo apprezzerà. Mi toglierò dalla faccia l’espressione maddai è una stronzata, non te la puoi davvero prendere per una pacca sulla coscia che non mi abbandona da ieri.

Ma come faccio a dire a quel bambino fatto di pancia e istinto che quel Lego che gli vive accanto, con cui gioca, ride, scherza, ama, non è davvero suo. Che nulla è suo, che la conquista è ormai una stronzata. Che bisognerà inventare un romanticismo nuovo, un possessivo che non ha me stesso dentro.

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Idyllic

Sogno di sognarlo, mentre spinge la mia altalena contro le nuvole. Mentre gioca con i miei giocattoli perché niente sia mai mio, mentre uccide il tempo solo pensando e così gli dà una nuova vita.
Sogno di sognarlo mentre fa un gesto veloce, insensato, che non riesco a capire. Sogno di non capirlo mai.

Sogno di sognare un uomo intero che per un attimo, un solo stupido attimo, non ha avuto paura delle proprie lacrime. Sogno di sognare che mi abbia dato più di quello che ho chiesto, come un amante incompreso, e invece mi ha dato meno, come una clessidra di polvere di diamanti che non ha pietà nel decapitare i minuti.

Sogno di sognarlo mentre mi insegna a planare sulla tristezza e sulla gioia con le stesse ali, sogno ancora di potermi opporre per non farlo più e non temo più di essermi opposta troppo.

Nel sogno non mi viene incontro ma la sua mano è calda e pulita. Sa di pane fresco, ma anche di shampoo alla frutta, di macchina nuova. Odora ancora di vita, di acqua salata del mare, di pelle scottata dal sole, della polvere sulla procedura civile, del mogano lavorato, del vetro soffiato.

Sogno di sognare il fruscio del vento tra le sue dita, un silenzio pulito come un rumore bianco, un silenzio bianco.

Un vento bianco e nessuna voce.

Sogno di sognare che il vuoto sia solo lo spazio tra due dita vivaci, che non abbia il volto di un baratro, che si possa per una volta, precipitare verso l’alto.

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Il vizio

Aveva questo vizio. Svenire nella vasca da bagno… Dico ‘vizio’ perché forse era anche un po’ volontario. Non come richiesta d’aiuto di una complessata donna senza salvezza, no. Come toccare il limite. Mentre faceva scorrere dell’acqua bollente apriva bene le gambe perché il caldo la penetrasse forte e chiaro e poi aspettava con religiosa sacralità che l’acqua si alzasse sempre di più, come un uomo al culmine del piacere, e le arrivasse al petto. Qui il cuore cominciava a sussultare, a sobbalzare, a spingere contro il seno e poi, inascoltato, contro le spalle, infine minacciava di uscire dalla gola. Nessuno come lui la costringeva con tanto convincimento ad aprire bocca. Assordante e ignorato protestava e protestava mentre lei faticava a respirare e perdeva lentamente i sensi. Il primo senso ad andare via era l’udito, stanco di quel bumbum martellante. Poi le mani che non avevano più forze. Dopo lentamente andavano via i pensieri, che già si erano messi a letto con l’acqua calda intorno.

Lui che fingeva di star facendo altro, sapeva benissimo a che ora andare a chiudere il rubinetto. Prima che si allagasse la stanza, non prima che lei svenisse.

Era un suo diritto, era il suo volo di Icaro, era il bisogno di fermare il cuore e il cervello, era il suo patto con la vita, e con l’istinto di morte. “Vivrai bene, vivrai a lungo, vivrai felice, solo se sfiderai il limite più che puoi. Avvicinarsi alla fine è l’unico modo per vincere”. Lo aveva sognato, aveva sognato di incancrenire se non avesse rispettato il patto. E aveva paura di tutto, ma dell’acqua no. Per questo, in un tacito consenso di amori e correnti si ripeteva questo rito apotropaico. E se di fronte al ghiaccio, ai ceffoni e all’acqua fredda, una volta rinsavita, le sembrava una messa pagana sciocca, poi si guardava il seno, e l’addome, e la curva del fianco, lo stacco tra la coscia e il sedere, le spalle mascoline e rotonde, le ossa dei fianchi e il piacere di sentirle sbattere contro qualunque ringhiera.

Allora ringhiava la bestia dentro e anche per quel giorno era viva. E anche quel giorno andava colpito, vissuto, sfruttato, frustato, sconfitto.

Ormai l’incrocio delle correnti le era dentro, e nel corso degli anni lo sentiva salire anche quando non era in acqua. Le entrava dalla spaccatura di sempre, ma era un’altra cosa, un altro godimento. Il godimento di una promessa incerta.

Aveva avuto per due anni Dylan Thomas, e non aveva mai ringraziato nessuno per quel dono. Era pertanto giusto che le sue caviglie cedessero alla pioggia, che il suo cuore palpitasse agli choc termici, che il termometro del suo utero impazzisse, che i suoi morti decidessero cosa farle partorire ogni giorno.

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Coda

Cercavo una cosa da leggerti

Una cosa che ha il succo dell’estate e lo zucchero del caminetto

Ma non ho una bella voce e non lo posso fare

Chi mi ama mi ha insegnato a non urlare a stare quieta e contare le pecore e i conigli

Chi non mi deve niente mi ha insegnato a cavalcare ma chi non mi deve niente non vede la mia coda di cavallo al mattino

Chi non mi deve niente mi insegna a cavalcare perché ha bisogno del cavallo giusto

Non c’è niente qui di mio. Io non sono mia, non lo è il mio tempo, la mia gente, non lo sono davvero i miei piedi.

Cercavo qualcosa da leggerti ma mi hai accecato di luce

Sei un balcone troppo aperto, una spiaggia per nudisti, un raggio ultravioletto e una meteora che mi sfiora il naso

Vorrei scrivere qualcosa di cattivo,

che metta a posto l’ordine del mondo

Che ti dica che ho ragione io

Che sono sempre ammalata di troppa vita

Che tutta quella luce è uno spreco

Che voglio riposarmi e non ci riesco mai

Che l’alba rincoglionisce

E che la coda stringe

Che a scuola di scrittura non m’hanno voluto

Perché vogliono quelli dell’ordine discreto, del bisturi senza lama, del cuore pulito.

Non quelli con la coda di cavallo pulita e i cuori sporchi

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Fantasia e Fantasmi

Ieri ho ritrovato in soffitta quel vestito rosso. La rella che lo teneva sembrava tantissimo di quelle che dormivano dietro il palco del teatro. Era bello lavorare lì, era bello sapere di essere parte di una piccola quotidiana magia. Ricordo che mi davi un piccolo pugno allo stomaco, poco sotto il diaframma, tutte le volte che aprivo le tendine della porta laterale che dava sulle quinte, scavalcando due allarmi antincendio, ignorando il direttore di scena e la sua collezione di elmetti gialli.

Signorina, se arriva un controllo mi fanno passare i guai diceva con quella cadenza palermitana che fa un sacco sesso.

Non me le metto quelle scarpe brutte chiodate io, ridacchiavo

Lì dietro l’odore di corde, di colla, di buio, l’odore del lavoro di tanti, del successo di pochi, della passione di tutti. Tu te lo saresti aspettata che sarei finita lì? Quando mi prendevi in giro perché usavo Bohemian Rhapsody come sveglia e aprivo gli occhi solo al quindicesimo secondo o al ventiduesimo secondo di Finally free, quando Petrucci, o era l’altro?, dice a Nicholas open your eyes. Tu mi prendevi in giro, ma non sai che sollievo era rotolarsi a letto ventidue secondi in più tra una versione di greco della sera prima e i teoremi di fisica della mattina dopo.

Hai vinto tu, ora la mia sveglia fa drin, drin, io non sono Victoria e nessuno mi canta di aprire gli occhi.
Ma ti ricordi tu la storia di quel vestito rosso? Lo avevo comprato per quelle foto che volevo fare. Avevo immaginato il set. Un campo di grano giallo e papaveri, con il calore di giugno e le mie spalle bianche che uscivano da quelle maniche svolazzanti. I piedi nudi senza smalto sulle unghie, i capelli sciolti.
Le labbra semiaperte, il sorriso e la tragedia.
E Jacques Brel. Jacques Brel ovunque, come se non fosse grano ma lavanda.

Poteva essere lo spot di un profumo.
Te la ricordi la sua voce a tutto volume mentre tu mi guardavi stendermi a terra dopo le riprese, il vestito spalancato sul grano, l’erba che mi solleticava le cosce, mentre giocavo con una spiga e mangiavo il sole? Persino tu devi aver  pensato all’erotismo che mi portavo addosso, roba da far appassire i papaveri. E intanto quello urlava une valse à mille temps graffiandosi la gola, intanto lui che voleva baciarmi mille volte, tu solo tre.


Per un periodo eri lì affianco a me sempre. Quando prendevo il coraggio a quattro mani per parlare all’assemblea del collettivo, quando i fascisti facevano gli agguati a piazza Navona al nostro corteo pacifico, quando bruciavano le auto a san Giovanni. Non sempre a fin di bene ma eri lì. Eri nel bagno di quella enorme pizzeria sul Gianicolo mentre mi infilavo tre dita in gola e vincevo contro una margherita e due patatine fritte, per poter avere anche la torta, per poter avere la testa dritta e il culo alto quando parlavo con i miei colleghi di università. Eri lì quando immaginavo di riempire lo specchio per intero, anche se invece lo riempivo per metà, eri lì nel breve periodo in cui ho sperato che le ossa tirassero la pelle senza nulla in mezzo a fare da ostacolo.


Eri lì e mi tenevi per mano quando da bambina ho fatto quelle tre rime per Natale. Una poesia in metrica.
Porca puttana una poesia di Natale, in metrica, a 8 anni. Cristoddio falla te una rima con Gesù a 8 anni. Eri lì quando mi hanno detto l’hai copiata. Eri lì quando ho dubitato di me stessa.


Ma tu te la ricordi l’altalena in cui sono rimasta impigliata con i pantaloni cargo e le catene punk che ci attaccavo sopra? Te lo ricordi quando ho fatto pace con Vinz ma ho litigato con l’altalena, e l’ho tradita con lo scivolo per bambini. Te lo ricordi quando ho attraversato la Sicilia in macchina senza trovare nemmeno un benzinaio? Solo deserto e qualche fiore di zagara, senza frutto. Un po’ come ho sempre temuto di rimanere io. Ti ricordi che ero nel panico e ho messo Joan Baez a palla in auto e lui ha avuto il coraggio di rinfacciarmi tra tutte le altre cose anche le mie “lagne folk”? Ma le mie lagne folk sono un’eredità matriarcale, sono il latte di mia madre, come la gastrite davanti alle ingiustizie. Ti dovrebbero tagliare il pisello per il tentativo di spezzare la linea materna della religione poetica.
Dame tu pecho, paloma.
C’eri nel vento urlante del castello di Kilkenny, in quel cielo basso che gli irlandesi portano sulle spalle, mentre il mio vecchio amico accanto a me canticchiava where will it lead us from here a denti stretti, senza mai cantare davvero quel nome perché quel nome era il mio e io ero troppo giovane.

C’eri tutte le volte che ho provato a ricordarlo, addirittura a cercarlo. Quanti anni può avere adesso? By a lonely prison wall I heard a young man calling…


E un attimo prima del bagno di mezzanotte c’eri, quando le luci erano solo il fuoco del falò ormai senza carne e le lampare dei pescatori. Quando Vinicio Capossela non lo suonava più nessuno perché volevano tutti solo scopare e per poter stare tranquille in costume era un continuo di Vattinn

L’odore della carne non c’era più ma c’era il nostro sudore, tutto insieme. L’ora in cui da carnivori ci trasformavamo in cannibali e anche se tu sapevi sempre chi sarebbe riuscito a infilarmi le mani nelle mutande appena oltrepassata la battigia buia, io non ti volevo credere mai.

Fino a che non ci risvegliava Venere… triste annoiata e asciutta sarei un’inutile preda…


Credo di averti malmenata per molto tempo. Credo tu sia andata via, mia immaginazione, credo che tu abbia resistito al vomito, alle lagne folk di mia madre, alla paura per il futuro, all’uomo sbagliato e alla scoperta che le parole sono false – quelle d’amore, quelle di poesia, quelle di traduzione – alla disoccupazione, al social media marketing, ai KPI, all’esame di bilancio. È a me che non stai resistendo, a questi miei pugni continui, a questo metterti al tappeto appena provi a rialzarti.
Cosa credi, io me lo ricordo quando eravamo bambine, quando imbrattavo i banchi e avevo il coraggio di chiamarti Fantasia. Ora ti nascondo come un neo scomposto, una cellula impazzita, un brutto rigonfiamento antiestetico, una pustola che prude.
Chissà se sono davvero io a decidere quando puoi andar via.

Eppure mi manchi, silenziosa playlist dei bambini visionari.

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Il mio Medioevo

Quanto pesa una spada? Me lo sono chiesta tutte le volte che ho visto un film di cavalieri. Quanto può pesare una difesa? Quanto vale la pena e la fatica di portarsi dietro una spada, se poi non bisogna nemmeno difendersi? Se non ci sono nemmeno agguati, se il bosco è tranquillo e senza vizi, se il deserto è vuoto di tempeste.

Chissà a cosa serve una spada per i guerrieri che non vanno in battaglia, per quelli che camminano e basta. Cosa serve avercela bella e rara e forte. È forse un segno di riconoscimento? Un richiamo per un altro simile? Un avvertimento per una donna?

C’è un Medioevo di sottili connessioni e letture del pensiero che ho sepolto dentro un quadro, tra la tela e la cornice. Ho sperato che soffocasse e invece è sempre lì. Come le chiome fitte di questo bosco inutile che si sfiorano ma non si toccano e quando oscillano col vento compongono frasi compiute, e musiche e poesie, che solo le chiome vicine riescono a comprendere.

È un sollievo che il mio Medioevo sia sempre lì con il suo buio intatto. È quasi un sollievo che io non sia mai riuscita a trascinarlo verso la luce, a presentarlo al sole. La mia treccia era troppo corta, la mia storia già troppo morta.

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