Manifesto del garantismo esistenziale

Io chiedo scusa e dico grazie. Spesso, forse più spesso di quanto sia realmente necessario. E se questo mi fa sembrare una polla, non mi importa.

Per me conta più l’umanità. Più di tutto, più di quello che l’umanità racconta, più di quello che pensa, più di come si veste, più di quello che smuove in me. L’essere umano in quanto essere umano. Nudo e senza sovrastrutture. Il composto vitruviano di ossa nervi e sinapsi.

Per me conta più l’umanità che gli animali. Non è vero che manca loro la parola, manca l’umanità. Conta più l’umanità degli animali perché conosco gente che schifa altri esseri umani in difficoltà davanti a sé e poi compra i croccantini migliori al proprio cucciolo perché non abbia mal di pancia. Trovo che sia facile amare gli animali più degli umani. Non hanno il potere di contraddire o di metterci davanti ai nostri difetti.

Dicono che io sia un’insensibile. Io. Dicono.

Sono una garantista esistenziale su molti aspetti. Se qualcuno fa tardi, può capitare. Se qualcuno si comporta male, mi chiedo chissà cosa lo ha spinto a farlo. Se qualcuno risponde male mi chiedo che guerra abbia nel cervello e mi chiedo anche quando chiederà scusa. Perché sono sicura che lo farà.

Sono tra quelli che se qualcuno cade, prima gli va incontro e poi, semmai, ride. Non viceversa.

Sono tra quelli che preferiscono dare, invece di ricevere. E che ricambiamo sempre al doppio quello che hanno ricevuto (o quantomeno ci provano).

Cretina, dicono. Ma voglio morire cretina.

Sono quella che porge l’altra guancia, ché altro non vuol dire che dare una seconda possibilità dopo l’errore.

Giustifico l’ignoranza, perché non sono mica la Legge, io.

Mi faccio fregare tante volte prima di spegnere un rapporto. Mi faccio dimostrare tante cose prima di aprire un rapporto. Perché ho bisogno di conferme in entrambi i casi.

Sfigata, è forse la definizione di questo.

Preferisco pentirmi di aver fatto qualcosa che di non averla fatta. Preferisco pentirmi di non aver detto qualcosa che di averla detta.

Sono spesso invidiosa della felicità. Ma mai perché non voglio che tu ce l’abbia, solo perché voglio avercela pure io.

Credo a qualcuno fino a prova contraria. Non importa se sbircio dal buco della serratura per trovare la prova contraria. Sono umana, e curiosa. Ma davanti a te, ti credo.

Amo fino a prova contraria. Che è difficile da spiegare, ma chi mi conosce, capisce.

Disperdo molte energie in questo tutti i giorni, sia per chi le merita che per chi non le merita. È automatico, quasi un riflesso, forse un dovere, e ciò non gli fa perdere importanza.

Per questo mi dicono nell’ordine polla, insensibile, cretina, sfigata.

Ma è il mio modo di essere umana, che mi ha richiesto costruzione e fatica. Non è il migliore, e nemmeno quello giusto, non è l’unico che conosco, ma è quello che mi sta bene addosso.

Solo che, a volte, mi fa sentire sola.

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My Poison, My Prison

[Lettera di Iris al Processo, 21.12.2009]

“Quando parlavo tanto Stefano storceva un po’ il viso. Contraeva vari muscoli, come ad alzare la guardia. Per fortuna questo accadeva visibilmente solo quando eravamo da soli. Il rapporto tra noi era difficile da spiegare, quelle stanze buie che profumavano di fresco erano una contraddizione. Il neon è asettico, il buio no, gli avevo detto la prima volta che mi aveva infilato in questa vicenda. Invece il suo era un buio pulito, affatto torbido come quando prima di lui spegnevo la luce per paura di non essere perfettamente depilata.
Stefano la chiamava la cura del buio, per me era la cura di tutto. Non è che non accendesse mai la luce, di notte lo faceva. Per violentare ancora di più la nostra percezione del tempo, per confonderci e giocare con le nostre due menti ballerine. Solo con la mia per la verità, lui nei nostri viaggi al buio era l’equilibrio. L’equilibrio vincente di tantissimi opposti che invece esplodevano nei giorni normali. Non so se chiamarli esperimenti, erano per lo più ricoveri. Ricoveri dalle inibizioni, dalle mancanze che a ognuno di noi venivano ogni giorno rimproverate.
Tutte le volte avevamo paura quando la porta della piccola casa in montagna si chiudeva dietro di noi, ma non c’era mai stata una volta in cui, tornando alle nostre scrivanie e alle vetrate aperte dei nostri rispettivi uffici, ai nostri mestieri ambiziosi buoni solo a succhiarci tempo alla vita, nella periferia di una città che avrebbe potuto essere qualunque città, tra studi cinematografici e concessionarie di auto, ci fossimo pentiti di quelle strane vacanze.
Quando la porta dietro di me si chiudeva, io chiudevo con quello che ero stata fino a qualche secondo prima. Ogni mio lato del carattere si modellava, ogni angolo del mio corpo si preparava all’abbandono, anche i nervi sembravano cedere. Stefano diventava un estraneo, un giocatore d’azzardo, un impiegato delle poste, un passante, un muratore. Non ne riconoscevo più la voce, l’odore, non sapevo che cosa avesse in mente, tra noi si creava un muro invalicabile che rendeva possibile la libertà.
La confidenza, l’amicizia, l’affetto non ci avrebbero permesso nulla del genere.
Senza formalità non c’è devianza. Senza la definizione e la categoria non ci sono né fuoriuscita né ribellione.

Lui non parlava. E io ho imparato a decifrare il silenzio. La stanza era piena di vuoti, l’aria era piena di vuoti, tra noi due c’era una prateria di nulla. Era stata la rassegnazione più difficile da raggiungere ma finalmente Stefano mi aveva insegnato a non aver paura dei vuoti.
Lo capivo da un movimento delle sue labbra che dovevo smettere di parlare, che da lì a poco la mansarda buia sarebbe stato il suo regno. E così stavo in silenzio, fingendo di dargli io un tacito via per cominciare il gioco.
A volte non sapevo neanche come ci ero finita seduta in ginocchio, con le mani dietro la schiena a soffocare un gemito di dolore misto a piacere sul suo parquet. So che sentivo il suo respiro caldo sul collo mentre mi legava e che mi sentivo a casa. In ginocchio, sottomessa, fisicamente umiliata, a volte nuda, mi sentivo potentissima, autoritaria, bella. Ma che cos’è in fondo la sindrome di Stoccolma se non una devianza dell’Amore? Se chi ami è il tuo respiro, allora il tuo respiro è di chi ami. A questo pensavo mentre cercavo di controllare l’aria nei polmoni, perché le corde non mi facessero sentire stritolata.
Suo il mio respiro, suoi i polmoni, i polsi, sua la mia mente, la bocca, la parola, suo il mio sguardo, i miei denti, i miei piedi.
Voi direte che sono blasfema, ma è quanto di più affine al Divino che io abbia mai conosciuto. Provateci voi tutti che credete assiduamente in Dio e che lo frequentate, a essere di qualcuno. A sentirvi ineluttabilmente in altre mani. Provatela voi la paura che ti fa bagnare di tutti i liquidi che hai in corpo all’idea di essere di proprietà del Potere.

Stefano è stato per molto tempo il mio atto di fede assoluto, l’abbandono al mondo, la fine del controllo. Chissà se i medici avrebbero saputo cosa fare, se Stefano avesse stretto un millimetro di più una delle sue corde. Me lo chiedevo sempre, non mi importava mai.
Ero un burattino di fili nelle sue mani. Lui mi aveva dato la forma, i colori, la grazia e la bellezza. Il sollievo, la serenità e una forma di determinazione paradossale.
La determinazione alla pazienza.
A volte sapeva precisamente dove premere per farmi aprire la bocca, le gambe, gli occhi o la mente. A volte sperimentava sul mio corpo quali nervi toccare per un tremore desiderato o per non farmi sentire il dolore. Qualche volta mi portava ai limiti del mio corpo, altre no, nonostante le mie richieste. “Il limite non è per tutti” mi diceva “e non va troppo provocato. Non è solo per superarlo che bisogna essere speciali, ma anche per corteggiarlo”.
Avevo finalmente trovato qualcuno che sapeva se ero pronta o no, che non mi lanciava contro tutto come facevo io con me stessa. Senza senso. Senza scopo, come una mosca impazzita sui vetri. Che era custode del mio destino a occhi chiusi per giorni. Nel tempo con lui tutto assumeva un significato diverso. La sottomissione e il dolore diventavano meditazione e pace, la scelta e il libero arbitrio si scioglievano come neve al sole. Non ero più mia, non ero più io.
Ero migliore. Mi rendeva più bella, più buona, più aperta a quello che il mondo poteva darmi, più sicura di me.
Ai giudici vorrei dire che non so se questa volta Stefano ha sbagliato, non sono mai stata in grado di giudicarlo. Come avrei potuto? Era il mio padrone, il mio idolo. Si è fatto prendere la mano, dite? Dite che quello che vi sto raccontando, quest’alchimia, questa Genesi biblica che ha fatto con il mio essere si può liquidare con “precedente penale”?

Di certo so che non era il diavolo a muovere le sue mani, ma dio.
Stefano era riuscito a creare una vita, a modellare una creatura, a spingere l’umano sentire oltre i limiti consentiti e a insegnargli i suoi poteri. Cercando di arrivare a quello che tutti cerchiamo dall’inizio del mondo, la dominazione della Natura Umana, nella sua mansarda aveva superato Victor Frankenstein, Faust, Prometeo, Galileo, Leonardo Da Vinci.

La sua cura e la mia dedizione, insieme, vi avrebbero risolto i mali del mondo, riportato l’anima alle cose, l’acqua ai mari, la pace alle tempeste.
Giuro che vi aiuterei a trovarlo, a trovare la sua colpa, se solo sapessi dove cercare.
Ma non posso, giudici. Perché con i nodi sui miei polsi, con le mani sulla mia bocca, lui mi ha insegnato un mondo senza colpa”

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Gender, prefer to self-describe

Avevo molto sonno e ho visto i mostri. No, non è esatto. Non è giusto che questa storia cominci così. Avevo molto sonno e ho visto mia madre.

Al mio risveglio sono andata in cucina ma mia madre non era lei. Era una mastodontica statua di cera, con occhi giganteschi, truccati di giallo e rosso, con sopracciglia fini e molto colore sulle gote. Rugosa e polifemica, ogni sua mano era grande quanto me. Non la ricordavo così, con quella voce stentorea e cavernosa, che sembrava venisse da un cuore lontano.

Un cuore che non avevo mai visto né sentito in lei, un cuore nuovo. Mi sarei divertita a cercare cosa rimaneva di lei in quell’involucro nuovo e assurdo dando voce al grande dilemma. Siamo l’involucro bellissimo che ci ricopre?

Rideva, era allegra, ma dava per scontato che lo sapessi. Che io sapessi che voleva un’altra pelle. Aveva le gambe enormi, quelle di un corridore africano con tendini e vene che disegnavano l’opera d’arte perfetta, la combinazione profonda tra il corpo che muore e la scultura che lo rende eterno. A tradirla il seno magnifico di chi ha ancora mondo da cui farsi scoprire.

Continuavo a fissare un rossetto stonato su mia madre che era anche mio padre, in quel preciso momento. Che era me, che era tutti i miei fratelli, che era Eva, Abele, Caino e Adamo. Che era il mondo fuori dalla definizione.

Quelle cose che vedi solo nei film, o nei sogni, se sei nata in un piccolo paese di provincia.

Quel giorno in cucina mia madre era questo, un monstrum, un prodigio di contraddizioni esplose, di cambiamenti repentini, di imprevedibilità del vivere, di energia nucleare pronta a esplodere.

Era arrivata dove gli dei, gli alchimisti, i veri genii non avevano saputo giungere, aveva scoperto come essere uomo e donna insieme, come creare la vita da sola.

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Tempo indifferente

Mi è scoccata tra le mani l’ora legale. Non ho potuto fermare il tempo, questa volta. Io che il controllo del tempo ce l’ho sempre.

Come quando ero piccola mi incantavo a guardare l’orologio sperando che a un certo punto si muovesse in modo visibile la lancetta dei minuti, e invece lei mai. All’improvviso erano e cinque, poi e dieci, poi e quindici ma tu non capivi mai come si era arrivati a quell’ora lì. E te lo chiedevi sempre con curiosità tecnica, non certamente per rincorrere il tempo. I bambini non inseguono il tempo, non lo temono, non lo amano e non lo odiano. Sono indifferenti al tempo. Non è forse questa la più bella forma di felicità? Essere indifferenti al tempo? Non avere ore da riempire e non aver paura dei vuoti?

La felicità cresce in regioni inaspettate, proprio per farsi trovare e non incatenare in schemi. Conosco famiglie normali cariche di infelicità e agglomerati umani che meriterebbero di essere famiglia per l’amore che li lega. Bisogna farsi trovare aperti alla felicità, anche quando prende delle strade che ci sembrano insensate. E aperti alla felicità degli altri.

Ho un proposito per me stessa: non incrociare più le braccia. Né per imbarazzo, né per timidezza e neppure per il freddo. Tenere le braccia aperte, le spalle sciolte, e tutto fuori.

È arrivata l’ora legale e io l’ho vista arrivare. È come se il tempo mi avesse privato di un’ora e fatto sua schiava. Respirerò più lentamente per non sprecare il fiato, farò attenzione a ciò che dico per non sprecare parola. Amerò senza tirarmi indietro. Anche il tempo.

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Verba volant

So quello che vi hanno sempre detto.

Ve l’hanno detto in occasione di una nota sul registro, con fare minaccioso, poi ve lo ha dirà il prete al corso prematrimoniale, poi l’avvocato, quando avrete le rogne col condominio. E lo direte voi da grandi, al vostro datore di lavoro, pretendendo un contratto, un aumento, un regolamento.

Che scripta manent, che quello che è su carta dà sicurezza, ci fa sentire protetti dall’ingiustizia, o più forti, più potenti, in grado di ricattare. A cosa servirebbe dire “ho in mano tutte le carte” se non in difesa di un torto subito?

Bene, avete sbagliato tutto.

Questi sono pensieri da senatori, da uomini di legge. È più interessante sentire il pensiero dei poeti. Per i poeti, o meglio per i cantastorie, la locuzione scripta manent era una violenza, era come dire che le parole sarebbero rimaste incatenate, incastrate in un tempo e in luogo che non sarebbe appartenuto presto più a nessuno, che sarebbero morte su quella carta come fiori secchi e sbiaditi, che lasciano macchie di colore altrove, perdendolo. Le parole che restano sono da barbosi giuristi, da fessi, da un Dio stronzo da antico testamento.

Che le parole volino, invece, è questo che ci si deve augurare. Che cambino, che si tradiscano e che si rinneghino, che rispettino il loro codice ma che siano disposte a mutarlo, che trovino risposta nei giorni della vita e nella vita dei giorni. In una parola, che siano vive. Che varchino i confini del tempo e dello spazio e che arrivino anche dove la carta non esiste, dove ancora la scrittura si incide sulle porte.

Smettete di pensare alla fiducia che vi ispirano gli scritti, è una fiducia troppo facile, affidatevi al fiato suadente delle parole che volano, che non sono e non saranno mai legge, che non vi giudicano ma che vi strappano un sorriso prima di sparire. Quelle che in vita ricorderete davvero, senza mai portarle in tribunale.

È questo che significa “verba volant, scripta manent“. Ma nessuno ve lo dice, perché è terribilmente pericoloso che lo sappiate. Basterà non scriverlo, basterà che nessuno di voi prenda appunti oggi.

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Studio per una lettera del veggente

Un indizio
Un segnale
Un presente
Non nel senso di un regalo, ma di un senso.

Una parola
Una poesia
Una copertina
Che riconduca a un tempo mai passato

Una goccia
Una carta
Un’iscrizione
Per decifrare che siamo ancora qui

Che non siamo ancora morti, ma nemmeno ancora vivi
Che non ci stiamo aspettando, ma nemmeno facendo aspettare
Che infiliamo briciole nella collana degli anni, per non perderci.

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Il pozzo e la cattedra

Sono nostalgica come un pozzo.  Forse di più come una pentola a pressione.  Sudo volontà e piango affetto.
Nostalgica di quello che non ho mai vissuto, come è la vera nostalgia.
Se potessi sedermi a un banco, e sentirti parlare, sarei quella in prima fila, anonima il giusto, in silenzio, con una penna che faccia da ponte tra la tua voce e la mia mano. Stringerei i pugni per non lasciar sfuggire il tuo fiato. Non capirei nulla ma ascolterei quello che non vedi.
È un’aula grande la tua? Sono tanti i visi che ogni giorno si contendono la tua attenzione?
È una cattedra grande la tua? Il mio banco è piccolo, e non ho mai insegnato niente a nessuno.
Ma la nostalgia, la nostalgia di qualcuno come te che mi insegni la materia di te è lacerante e fischia forte per lasciare uscire la voce.
Se solo potessi sedermi, se solo le lezioni di quelli che hai perso per sempre fossero libere, da sbobinare come un manuale di istruzioni.

Il tutorial della lontananza, il montaggio delle cose mai nate. 

Eppure nessuno ha avuto il coraggio, e nessuno si prenderà mai questa responsabilità, l’onere di insegnarmi qualcosa che io prendo alla lettera e trasformo in dinamite.

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Distorta

Sono stata capace di inventare una realtà fatta apposta per me, con gli stessi sensi di colpa, la stessa necessità di riscatto non si sa da cosa, la stessa fottuta insoddisfazione continua, la giusta anarchia per ribellarsi a selezionate ed esclusive catene, la moderata borghese dose di sofferenza, che persino i leoni mi sembrano colombe di pace.

Spero un giorno di incontrare qualcuno che mi impedisca di costruire la mia bellissima realtà anziché sdraiarcisi dentro e mi insegni a guardare la realtà vera, dove i leoni sono feroci e fanno male.

Perché io, maledetta me, ancora non posso crederci.

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Babel

Fa male e fa bene varcare la Porta di Ishtar tra le mani calde del cambiamento.

A darsi la mano tra i leoni, questa volta, l’ineluttabile e l’inaspettato.

E l’inaspettato dalla vita non è forse… vita?

Né vittima né carnefice frustrata, solo maledetta dalla tara della memoria. Lì dove le parole volano, deve rimanere comunque lo scritto su un qualsiasi impolverato scaffale a fare male, a fare bene, a fare luce.

Mi viene in mente l’amore, quello grande più di tutti, sotto forma di essere mitologico smaltato sulla mia personale porta del cambiamento con riccioli resistenti e lontani, che si appiattiscono nel corvino di questo lungo sonno.

Se fossimo tutti mattoni lucenti strappati a qualcuno e risistemati come si può? Avremmo perso ogni sacralità, ogni vera fertilità, ogni religione, amore mio.

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Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

Julio Cortazàr

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