Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

Julio Cortazàr

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Angeli e dorsali

La stanchezza. Sere che vorresti che qualcuno ti togliesse i pantaloni mentre i tuoi muscoli non funzionano. Tutto il giorno sui tacchi, le caviglie che fanno male, ma sentirsi pieni di vita.

Ancora e ancora e ancora e ancora vita.

Lo spritz sbagliato, i tecnici che dicono no, i responsabili che dicono “sì ma fai anche questo”. Fai fai fai. Le sfide. Gli ordini. Le ingiustizie che una volta tanto non ti riguardano. Come stare su un parapetto a guardare i tetti della città. Sentire il freddo davanti e il caldo dietro. Come se qualcuno ti si stesse appoggiando addosso.

Gli angeli custodi sono così caldi? Vibrano di bellezza? Forse senti il calore incustodito degli angeli custodi e li scambi per dèmoni. E quando ti volti non ci sono più.

Puoi immaginare che abbiano l’aspetto di tuo padre, le mani di uno sconosciuto, il sesso del tuo amore, i capelli di un collega.

L’incesto non disinnesca il pensiero, nemmeno il peccato.

Se apri gli occhi è ancora tutto lì, anche i pantaloni. Le caviglie fanno ancora male, nessuno a massaggiarle. Rinunci anche a fare la pipì. Tieni tutto dentro in questo stato di veglia e torpore.

I dorsali sono tesi come ali che stanno per fuoriuscire. Che cosa troverebbero se ti tagliassero la pelle? L’infezione del desiderio esce solo dalle crepe buie in cui qualcuno deve avere il coraggio di entrare.

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I’m ready, my Lord

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Footprint on water

Dobbiamo lasciare le orme nell’acqua. Accontentarsi della sabbia ha rotto il cazzo.

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I preziosi

A volte sarebbe bello avere qualche valore in meno. Faremmo tutti meno i preziosi e saremmo più prìncipi e meno di princìpi.

Magari più allegri, magari un po’ sbronzi.

E non dovremmo implorare un cazzo di sorriso come dentisti scemi

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La lingua di altri

Che cosa faceva la punta della lingua nel pronunciare il nome di Lolita? Ce lo hanno raccontato sempre, ma solo nelle scuole migliori, dove si impara la seduzione dai rapporti di potere.
Tre passi di quella lingua sul palato, in tutte le traduzioni più accettate. Ma che cosa sappiamo davvero noi di quei tre passi della lingua sul palato? Dove ci hanno detto che si nasconde il diavolo o Dio?
Cosa ne sappiamo di quando un punto di luce, un minuscolo faro, cambia il racconto di una storia, trasforma la pornografia in arte?
Non siamo più abbastanza curiosi da immaginare che il sapore acidulo del freddo metallo in bocca non debba essere necessariamente il residuo di Xanax misto a bacche di Goji delle nostre giornate?

Dedichiamo troppo poco tempo al piacere, mi dicono. Non sanno che ci sono alcuni di noi che sguazzano nell’abnegazione come code di tonni, annaspando al limite, vittime sacrificali in attesa che li porti via una fine dolcemente meritata tra commiati di approvazione.
Ma ci hanno lasciato troppo liberi di scegliere cosa volevano che fossimo e così certi pesci pregiati, persi tra i flutti, si dimenticano subito che la loro vera vocazione al vittimismo sacrificale ha una speranza. Quella che qualcuno li inchiodi davvero alla croce di ciò che sono, e cambi loro i connotati con lo schiaffo della contraddizione.
Allora la lingua potrebbe sbattere forte tre volte su qualunque sillaba.
Su Amore, Piacere, Libertà. Fantasia.

E tu avresti il controllo di ciò che ho di più caro, la mia parola.

(Grazie a B. per le sue risposte)

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Ho visto la luna abbracciarmi

Ho visto la luna abbracciarmi
Non aveva i tuoi capelli neri
ma raggi profondissimi
Nessuna ansia di arrivare
ma una sottile e precisa indifferenza
Non le ho detto chi sei
E nemmeno come ti ho trovato
Sapeva già delle tue dita lunghe
A volte ruvide senza alcun motivo
Sapeva allungarsi come te, infilarsi
Nelle mie fessure, forse crepe
Come l’acqua l’aria il fuoco e la terra
se è vero che la terra si infila ovunque
solo quando si sfalda
Mi ha detto che la luce del mondo
dovrebbe essere solo bianca
E io ingenua e insieme morbosa
Le ho chiesto da dove entra la luce nell’uomo
Se è tutto chiuso dentro un involucro bellissimo
È bello ma soffre, mi ha risposto
Il profondo è quasi sempre buio.
Ma tu credi solo a chi non lo sa,
E non dirglielo mai.

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Confessioni e sacramenti

Sogno i vivi come se fossero morti. Freddi, insensibili, razionali. Citatori di Abraham Lincoln e che non danno spiegazioni ai guizzi dell’anima.

Ma vogliono confessioni, con il sarcasmo dei preti stronzi.

Provo a scrollar loro le spalle, coperte da giacche bianche di scena, ma loro non escono mai dal personaggio, solcando il palco con solennità un po’ ridicola, a tratti disarmante.

Chi mi ha ferito vuole ferirmi ancora e ancora ci riuscirà, dopotutto gli ho visto incendiare con gli occhi macchine e persone. I tempi di uccelli rapaci agli angoli delle finestre sono finiti ma le connessioni dei pensieri, le risonanze marchiate a fuoco mai.

Sulla loro carta d’identità, la citazione di un libro, siamo solo quello, l’ombra finta e ridicola di ciò che i nostri occhi vedono quando aperti.

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Disfunzionale

Di tutto quello che non riesco a capire, al primo posto c’è la felicità. Quel senso di vuoto leggero che ti culla senza conseguenze è ciò che secondo me più somiglia al nulla. 

Non è soddisfazione e non è compiacimento, non è adrenalina è nemmeno eccitazione, non è l’innamoramento cretino.

Se il vuoto in natura esiste, questo è la felicità. Ed è con dolce fatica che quelli come noi possono abituarcisi e devono farlo se vogliono rimanere vivi.

A tutti i tenebrosi della mia vita, addio. Saluto con onore i pomeriggi passati a consolarvi e a farmi asciugare ferite di guerra, e quelli passati a farmi film che finiscono male, a immaginare prima la fine e non ricordarmi l’inizio… A tutti voi che con me avete alitato negatività sull’immaginazione, addio, devo cambiare sponda.

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Plastic Flowers

Ti ho parlato tutta la notte.  Tra me e te, la tua famiglia e la mia compattezza. Conversazioni sul nulla, il più e il meno. Più e meno che suonavano assurdi per chi è abituato al baratro e al paradiso. Ma non siamo più due estremità, siamo entrambi al centro di qualcosa.
Intorno a noi solo un senso del dovere puro e pacificante, il sollievo delle nostre giornate scelte, o che scelgono noi. Quello che credevamo di odiare, e che invece è la coccola sfuocata dell’anima.
Unica trasgressione un dito in bocca, che forse era un sogno nel sogno, mentre qualcuno di sbiadito mi portava un caffè sul tuo divano.

Ci è piaciuto così, infine.
Bella casa, comunque. Luminosa, ciò che è strano per uno che ha fatto per qualche tempo della tenebra un parco giochi.

Nessuna colonna sonora nel sogno, niente a colpire nel segno. Non c’era Springsteen delle piccole liti, e nemmeno Neil Young delle paci passeggere, non c’erano i NOFX dell’incompatibilità e non c’erano i de gregori delle malinconie e dei vuoti delle domeniche in campagna padana.  Nessuna colonna sonora in 8 ore, se non battiti e silenzio. Molte parole ma confuse, perché tra noi non abbiamo mai saputo parlare di qualcosa che non sia grande e universale.

Grazie per l’ospitalità, e complimenti, hai ancora tutti quegli splendidi ricci in cui incastrarsi. Io invece ho chiuso le crepe in cui qualcosa si può incastrare, e mi sono svegliata con l’amaro in bocca e il sollievo in testa.

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