Francesco

Francesco non ci potrebbe credere. Sono tornati, o forse non sono mai andati via. Francesco avrà passato tutti questi anni a sentirsi in colpa per essere stato dalla loro parte, per aver – con quel nome così vistosamente cristiano – dato ragione a un loro bisogno.

Il bisogno violento, selvaggio, di essere creduti.

Quando Francesco mi parlava a me sembrava di ascoltare una Bibbia. Un testo sacro erano le sue lezioni, le sue preposizioni articolate, un testo sacro erano anche i suoi dubbi che portava sul labbro inferiore sempre martoriato dai denti.

Avevano provato a radicalizzarlo, ma con quel nome così cristiano non gli avrebbe creduto nessuno. Non sarebbe mai stato un personaggio credibile, qualcuno dei selvaggi lo aveva capito che era in realtà un personaggio incredibile.

Qualcuno però aveva creduto in lui, perché sì era infedele, ma era pur sempre un talib migliore di loro. Insegnava quello che loro ripetevano a memoria, amava quella materia sacra sotto i denti, quella lingua ruvida che seccava la bocca, parlava la lingua di tutti i deserti come fosse ispirato da dio.

In fondo era migliore di loro. Verticale, integrale, capace di farsi male per un dubbio, capace del sacrificio. Non era questo che aveva intimato loro di essere il profeta? Francesco, con quel nome così sfacciatamente cristiano, era quello che tutti avrebbero voluto essere. Gli avrebbero consegnato le loro mogli se lo avesse chiesto, li aveva in pugno, ma non lo sapeva.

Finché non si tradì. Quando li catturarono entrambi, Francesco e Laura, solo perché si erano addentrati troppo nei “motivi di studio” di quell’Oriente che non era più terra di nessuno ma era diventato terra di armi, non avevano alcuna intenzione di far loro del male. Giocavano a spaventarli, come non potevano fare con i soldati, che hanno la divisa che li protegge dai dubbi.

Lui poteva servire. Sapeva tante cose, sarebbe in poco tempo diventato il loro idolo d’oro. Era l’idolo d’oro di tutte le persone che gli stavano intorno, prima o poi, Laura glielo diceva sempre.

Senza lasciare la minima traccia di amore dietro di sé, finiva per ipnotizzare tutti con un’energia magnetica, una firma nello sguardo. L’errore fatale fu non violentarla, quando i mostri gli chiesero di farlo. L’errore fatale fu non provare nemmeno a fingere, non voler scoprire nemmeno tanto così del corpo di Laura all’ingiustizia dello sguardo.

Era la prova del nove. Il grande scisma, quello schiaffo originario dell’Occidente libero, insensato, infedele. Lo videro chiaro nel suo sguardo, insieme alla sfida della dignità, l’orgoglio che ha intatto solo chi la guerra non l’ha fatta se non sui libri.

Di fronte a quei fucili due colpe incrociate: quella di lei, essere una donna in canotta, quella di lui, non essere abbastanza un uomo. Due colpe incrociate per la vita.

Francesco finse per sempre di non ricordare l’episodio, davanti a Laura, davanti alla TV, persino davanti al presidente della repubblica. Disse che il calcio del kalashnikov che seguì gli aveva fatto perdere i sensi.

“Quando le religioni si scontrano si incrociano due modi di concepire la colpa” rispose a una studentessa che gli chiedeva spiegazioni sul ritorno dei mostri. Non era una risposta valida, solo un pensiero buttato lì, un rigurgito dei sensi persi.

Nonostante i baci di Laura, gli anni passati insieme, la libertà infinita, i bambini, la terra immensa e verde di cui era circondata la sua casa, quei sensi Francesco non li riprese mai. Si graffiava il palmo delle mani con le unghie nel sonno per sentirsi ancora vivo, per tenere stretta nei pugni ancora qualcosa da insegnare.

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2001

A luglio 2001 avevo 12 anni, facevo la seconda media. Dopo la metà di luglio a casa mia si cominciano i compiti delle vacanze, per potersi godere in pace agosto al mare. Quell’anno la prof di lettere ci aveva dato un paio di libri da leggere e una ricerca sulla globalizzazione. Mi sembrava una cosa terribilmente difficile, non ne avevo mai sentito parlare. I compiti delle vacanze vanno presi alla leggera, sarebbe bastato “googlare” la parola sull’Encarta 2000, versione aggiornata. Ma a casa mia nulla si prende alla leggera, e così mia madre scaricò degli appunti universitari di suo nipote, laureando in economia. Banca Mondiale, Bers, Seattle, il WTO. Confesso di averci capito poco, ma confesso anche che mi interessava. Mi sembrava fossimo nel mezzo di qualcosa di enorme. Enorme come la disuguaglianza. Perché per formazione, per indole, per cultura, sapevo già che c’è un doppio lato di tutto. Che bisogna girare intorno alle cose, guardarle da ogni angolo, anche quando non le capisci. In più, la parola “no-global” risuonava più volte della parola globalizzazione. Anche perché sulle mie “carte”, quelle che mi avevano dato da studiare, era “mondializzazione”. Se dovessi ipotizzare, col senno di un poi politicamente corretto, direi che perché suonava più inclusiva.
A casa giravano quei sacchetti portavongole pieni di modelli di monetine scintillanti che dovevamo imparare a contare e che ci davano a un parco giochi dei soldi itinerante di città in città. 1936,27. Ma che roba è, perché ci complicano la vita, ma chi se lo ricorda. Quanto costerà il panino all’intervallo? 1 o 2 euro?
Non avevo un’idea e non ne avevo bisogno, ero troppo piccola. Ascoltavo i 99posse, Manu Chao, It takes a fool to remain sane degli Ark che ricordo (ma forse ricordo male) fosse un tormentone estivo e guardavo Sabrina Vita da Strega in Tv, non avevo bisogno di farmi un’idea.
Dalla mia ricerca avevo letto che “la globalizzazione non può essere fermata, che è un processo inevitabile e ineluttabile” e che “le tutele protezionistiche non servono a niente”, ma anche che “non bisogna sottovalutare le conseguenze, le contraddizioni e i rischi di governarla”, che “può andare in una direzione o nell’altra, a seconda dei valori che la ispirano”.
Ineluttabile è una parola che ai bambini e agli adolescenti non andrebbe detta mai, è una parola che si merita la censura al di sotto di una certa età.
Per fortuna la tv diceva un’altra cosa. Alla tv c’era una festa piena di musica, e una protesta contro Bush. Non so perché l’avevo diretta contro Bush nella mia testa di 12enne, quando non capisci ti serve un capro espiatorio che sia solo uno, e semplice. Come poi avrebbero fatto anche gli Stati Uniti stessi. Anche loro vittime di un errore da bambini.
Genova, il G8, era solo un rumore di fondo della mia estate adolescenziale, ma avevo chiara e netta la sensazione che da quelle parti si stava combattendo l’ineluttabile di cui parlavano i libri, o il primo internet.
La morte di Carlo Giuliani fu uno sparo che portò il rumore in superficie, che portò a galla l’ineluttabile.
Le enciclopedie avevano ragione, ci sono processi non reversibili, perché troppo potenti!
Ascoltavo i 99 posse, Manu Chao, www mi piaci tu, guardavo Sabrina Vita da Strega il pomeriggio e non volevo affatto farmi un’idea. Ma me la sono fatta lo stesso. L’idea – semplice – che i grandi vincono e i piccoli perdono. Non importa se i piccoli sono tanti, colorati, maneschi, arrabbiati, quanta festa facciano, quanti sogni abbiano, quanti passamontagna inquietanti indossino.
La Diaz, i lacrimogeni, la resistenza passiva, la polizia, gli abusi, il genoa social forum, la moneta unica, i paesi in via di sviluppo sono tutte cose che avrei conosciuto in seguito. Per fortuna.
Quando, quasi due mesi dopo (che meraviglia la durata delle vacanze quando eravamo piccoli!) interruppero Sabrina vita da Strega per un’edizione straordinaria del tg e io corsi in cucina a dire a mamma “è successo qualcosa, forse una bomba, tutti i canali fanno vedere la stessa cosa”, quando lei attonita mi risposte a occhi sgranati “sta per scoppiare la terza guerra mondiale” – con il piglio iperbolico e catastrofico che ho preso pari pari – ho pensato che avevo capito male guardando il g8 in tv.
Nemmeno i grandi vincono sempre. Ma non era per nulla consolatorio.
Il 18 settembre 2001 ritornammo a scuola. Me lo ricordo come un ritorno silenzioso. La prof non ebbe il coraggio di chiederci nulla sulla ricerca che ci aveva assegnato sulla globalizzazione.
Nessuno glielo ricordò.
Non siamo millennials perché abbiamo cavalcato il 2000, il millennium bug, il salto di millennio, la crisi economica. Siamo millennials per via del 2001, un anno che non c’era verso di non guardare. In cui non c’era verso di non (provare a) capire.

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Gratitudine

Caro I., non ti ho mai espresso nessuna gratitudine. Pensavo, in effetti, di non dovertene affatto. La passione, i rifiuti periodici, l’indifferenza, la tua ultima telefonata, quella voce irriconoscibile che parlava una lingua sconosciuta, la lingua dell’abbandono. Ho pensato di essere caduta all’inferno e che quello con te fosse un momento buio come le serrande abbassate che fissavo ogni pomeriggio al di là dello schermo appannato del mio computer. Quell’anno non ho visto nessuna luce, credo che i miei nervi abbiano risentito dell’assenza di sole. Ma anche i tuoi. Forse ci stavamo restringendo come le piante che raggrinziscono per paura della luce, l’adattamento secolare dei cactus con le loro spine.

Come facevamo a chiamarlo amore? Amore è illuminarsi, non brillare al buio.

Scusami, I. Scusa per non averti perdonato prima, per non essere passata leggera sulle nostre colpe di umani, per non aver messo in gioco quella tolleranza che addormenta l’istinto e che ci rende uomini. Scusami per essere stata selvaggia, per aver spintonato il tuo orgoglio fino all’orlo del baratro senza permesso.

Ero animale come lo sono i cuccioli felini, non bisognosa come i bambini. Un animale immaturo che non conosce il suo corpo, non dosa le forze, non capisce le conseguenze.

Non credere sia facile, non credere sia poco. Il dolore sordo mi spezza i muscoli alle gambe ogni volta che ci penso. Ma non è colpa tua, è colpa di diversi abbandoni – molti dei quali nemmeno li conosco – che mi porto sulle spalle da mille vite. Che tutti ci portiamo sulle spalle da mille vite, e che dio ci accompagni il giorno che ne prendiamo coscienza. Per impedirci di urlare a morte la disperazione.

Ora che sono cresciute le mie rose, ora che l’amore, quello vero, ha riempito tutto quello che ho intorno e lo ha fatto fiorire (a volte male, a volte piante sghembe, a volte fiori selvatici, ma pur sempre vita) realizzo che non ti ho mai detto grazie. Grazie per il tuo tempo, semplicemente. Grazie per avermi ascoltata quando non c’erano segnali stradali per me nella tua strada, per aver tenuto le mie urla nelle tue orecchie quando non c’era punteggiatura prevista per me nella tua storia. Grazie infinite per quel pezzo di cammino amputato, caracollante, doloroso, pieno di vesciche in cui ci siamo fatti lo sgambetto un milione di volte, invece di darci il braccio come sostegno. In cui siamo stati investiti più volte dalla paura alla quale dobbiamo essere grati come a una madre premurosa.

Due rifiuti maledetti che credevano di saper tutto e che non sapevano niente. Pagavo l’inesperienza, tu la superbia della passione e gli alti picchi della parola, una lingua bellissima e antica, mozzata a sangue non da una guerra, ma da quello che di buono ci sarebbe capitato nonostante noi.

Grazie per tutto quel dolore, perché solo oggi che sono fiorite le rose, e che sono anche morte dopo poche ore di troppa vita, mi rendo conto che lo conservo come una delle cose più care.

Quando ti rivedrò, I., tu sarai vecchio. Dico “tu” perché io mi rivedrò di nuovo bambina nell’incontrarti, arriverò zompettando su quel tacco 10 come un’adolescente alla sua prima festa da ballo.

Saremo circondati da tutti quelli che amiamo, proprio come in una festa, senza rancori, senza gelosie, senza memoria. Non ci nasconderemo, ci presenteremo a tutti, nessuno si chiederà come ci conosciamo, tutti abbagliati da quella luce di fiamme gemelle che ci accompagna.

Tu mi darai il braccio per salire un paio di gradini di fronte a un teatro del centro e io saprò che quello è l’unico brandello di memoria che ci tiene legati a questa vita.

Per quell’angolo di memoria e per la non memoria che ci aspetta, io ti dico grazie.

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Bambina che non sono io

Bambina che non sono io, abbi cura di essere ciò che vuoi. Non provare pena o vergogna per ogni re nudo, non fare mai compagnia alla regina sola, nemmeno dietro compenso.

Sii come vuoi, sii chi vuoi. Non credere di dover niente, non credere di meritare niente, ma fai di tutto per avere ciò che non meriti. È il diritto che devi difendere, non il possesso.

Non aver paura dei mezzi e dei motivi, bambina che non sono io. Dei primi perché sono nelle tue mani, sono tuoi. Dei secondi perché sono catene di zucchero.

Gioca e vivi senza timori, non c’è dio che tenga di fronte a chi gode, bambina che non sono io.

Quello che vuoi è sacro, per questo qualcuno proverà a bruciarlo, qualcun altro ne farà un altare feticcio. Diffida degli uni e degli altri.

Fingiti in compagnia, sentiti amata, sii sola, bambina che non sono io.

Lasciati sempre qualcosa in cui non essere brava, qualcosa in cui essere pessima, un punto in cui essere brutta, un rancore nascosto che ti ricordi l’imperfezione.

Non vorrai mai niente solo per te, bambina che non sono io. Quello che vorrai farà bene a chiunque.

Allora imbroglia per averlo, perché quello che vuoi tu è quello che serve al giocatore del tuo tavolo. Solo che lui non lo sa.

Non aver paura di sapere più degli altri, non farti intortare dalle fregnacce contemporanee sull’uguaglianza. Non siamo tutti uguali. Guardati, guarda gli altri. Ognuno ha bellezze e mostruosità in punti talmente diversi che nessuno potrebbe mai dire a questo mondo “quel che tuo è mio”.

E io lo so bene perché quel che tuo è mio, bambina che non sono io.

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Fuji

Che cosa fanno i marinai della grande Onda di Hokusai? Veleggiano ansiosi? Hanno paura di morire? Godono dell’emergenza come fanno i marinai bravi con la tempesta?

Non c’è altro modo di crescere, per i marinai, della tempesta. Il loro triste destino è scritto quando rientrano in porto perché vuol dire che hanno perso la partita con la maestosità.

Bisogna morire per meritarsi la vita, così ci hanno insegnato. Che religione è mai questa, che dio è mai questo. Del cielo ho sempre avuto paura, di tutto ciò che è grande ho paura. Ma non ho più paura di chi si sente grande.

Dov’era il potere quando ne avevo bisogno? Ora un piccolo potere si nasconde nel mio orecchio, o nell’ombelico, a volte tra i capelli. Lo tiro fuori solo a volte, solo con qualcuno.

Lo centellino.

Funziona. I peggiori hanno paura, i codardi, chi ha qualcosa da nascondere. I migliori lo guardano con ammirazione e anche un po’ di stupore.

Ma tu non sei nessuno, sembrano dire i loro occhi.

Ma appena lo pensano, come in un’alchimia, io divento il Re.

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Demone

Oggi ho parlato col demone. Sembrava annoiato, sedeva con le gambe penzoloni come chi non ha voglia di vivere. Gli ho chiesto se era ancora lì, che è una frase che non vuol dire niente, ma glielo chiedo ogni volta che lo vedo lì per sapere se me lo sono inventato, se c’è davvero, se devo realmente parlarci.

– Sono troppo educata, se stai qui e mi guardi in quel modo sento di dover riempire il vuoto. Non riesco a ignorarti.

– Non è per educazione che non riesci a ignorarmi, è perché sono carismatico.

– Tsè. Tu. Ma se ti ho lasciato andare via ormai molto tempo fa.

– Credi di avermi lasciato andare. Invece sono lì, lì dentro – mi ha detto indicando il mio petto -. Solo mi annoio, non parlo, non disturbo, mi faccio piccolo piccolo.

– Ti ho fatto io piccolo piccolo, Dem. Te lo ricordi quanto rompevi qualche anno fa? Sembrava che al mondo ci fossi solo io, sembrava che prendermi sul serio fosse la missione della tua e della mia vita. Che palle.

– E ora? Ora che sei piccola anche tu, insignificante per te e per gli altri, ti senti meglio?

– Moltissimo. Non ho nessuna responsabilità, sono libera.

– Sei libera ma qualche volta ti faccio il solletico. Ti ricordi a teatro, mentre Calabresi raccontava degli anni d’oro del suo giornale? Lo sentivi quel prurito alla bocca dello stomaco? Non era fame, bella mia. Era fame di vita. Anzi, nemmeno. Io e te sappiamo cos’era.

– Non mi fai paura, non ho più paura del vuoto.

– Ma che dici, se stiamo parlando solo per riempire il vuoto che senti quando ti guardo intensamente e sto zitto.

– Ok, Dem. Hai vinto tu. Che vuoi?

– Te. Voglio te. Voglio che mi lasci libero di scavarti dentro come una vipera, infilarmi negli antri delle tue costellazioni familiari, dei tuoi sogni, dei tuoi pensieri. Che mi lasci accendere un fuoco per riscaldarmi lì dove ho lasciato la cenere a pruderti ogni tanto. Voglio che prendi fuoco, che splendi, che ti innalzi sopra ogni senso. Voglio che chi ci guarda sappia che non può stare affianco a te mezz’ora in una stanza chiusa senza autocombustione. Voglio possederti come un bambino fa con il peluche della notte, e come un amante geloso fa con il suo amore.

– Non ci penso nemmeno, caro. Questa cosa non ci è riuscita. Colpa della scarsa voglia di vivere. Non mia, del mondo rispetto a me. Ora per esempio ho molto sonno, ti prego di andare via.

– Ma non avevi molto da lavorare?

– No, ho bisogno di dormire.

– Una volta non dormivi mai. La passione ti divorava.

– Ora sono io che divoro lei, quando e se lo decido io. Ho detto no al farmi possedere

– La possessione ha l’ossessione dentro. Ma quella ti è rimasta.

– Tu dici? Vedremo.

– Io intanto mi mangio un po’ delle tue idee, sono goloso, non ne posso più di queste briciole che mi lasci.

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Ora o dopo

Non mi piacciono quelli che ti guardano solo per sapere se sei viva o morta.

Non mi piacciono quelli che ti chiamano solo per sapere dove sei.

Di questo passo sarò viva in un posto, morta in un altro.

Ogni volta che me lo chiedi mi uccidi tre volte.

Una perché non so dove sono

Due perché tu lo sai

Tre perché non me lo sai dire.

Oggi sono la caravella sbagliata, quella che non ha scoperto niente, il secondo posto sul podio, il palazzo della Stasi a Berlino Est senza più spie.

Cosa è accaduto da farci rimpiangere l’ansia?

La terra che tremava prima di ogni bacio e non solo dopo?

Che brutta storia lavorare tra le parabole senza una morale.

Che brutta fine lavorare tra parabole che non insegnano niente.

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Scriviti un’altra storia

Ha gli occhi di un ragazzo e i capelli di un uomo. Sembra triste anche quando non lo è, felice anche quando non c’è nulla per cui esserlo. È esperto in delusioni perché non è mai quello che vuoi.

Puoi immaginarlo con una canna da pesca che guarda il mare scuro, dondolante o davanti a un computer a scrivere poesie che lui chiama lavoro. Pesca parole che non leggo più, da quando non si può aver tutto.

Gli puoi dare tanti nomi e te li rifiuterà tutti. Altro non gli interessa che quella piccola voce che lo riporta indietro. Non andrà avanti mai, ma non sarà mai un problema. Basteranno quelle frasi una in fila all’altra sul giornale la domenica per dargli sollievo, basterà che la piccola voce sia vicina.

È lì ma non è lì. E questa trasparenza non l’ho mai amata. Mi ha riconosciuto e io non lo aspettavo, o mi ha schifato quando ho desiderato solo lui.

Dammi tregua, chiamati con un altro nome, scriviti una storia che non abbia occhi di fanghiglia, che non mi venga addosso curiosa nella notte, che non mi faccia tremare le clavicole quando sei intorno.

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Il segno meno

Caro stelo del mio fiore, è il segno meno a fare la differenza. Come hai fatto a non capirlo finora? A quali maestri hai dato quei capelli così morbidi? Sono passati incontabili anni dai muri scrostati su cui ti ho appoggiato, dai b&b diroccati in cui non ti ho mai invitato, dai cani con la coda schiacciata da un’auto che urlavano pietà. Sono passati millenni da quello che non va.

Incontabili o solo migliaia. Eravamo determinati a tutto, tranne a quel determinismo. Al destino dei ricchi. Andiamo avanti per accumulo, chiamiamo figli un po’ tutto, anche i successi degli altri. E invece non dovremmo, perché siamo marchiati dal segno meno sin dalla nascita.

I sacrificati felici.

Gli sconfitti ricchi.

La nostra era una guerra che si poteva vincere solo perdendo. Hai ragione, amore mio, mia terra, non esistono guerre così. Guerre che si vincono nascondendosi nel fango e dal fango… costruire.

Non sento più nulla. Ho perso l’udito per paura che in un giorno di temporale, con l’aria già elettrica che trema, tu possa chiamarmi a squarciagola con quella frequenza che ricordo tra le scintille dei tram. E che per quanto sia lingua introducibile la tua io possa preferire quel baratro a questa giostra e di quella guerra vedere la differenza.

Mi sono strappato un senso perché tutti gli altri non mi riportassero indietro.

Le cose finiscono senza un saluto, senza una divisione, senza un’aggiunta. Le cose finiscono senza.

È il segno meno a fare la differenza, ma è sempre fare a meno che ci martella la memoria.

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A cosa ho dato il mio nome

A cosa ho dato il mio nome?

A nulla e nessuno

Non era degna una pianta, e nemmeno un fiore

Non era una giornata da rivivere o un obiettivo raggiunto

Non era il vuoto dell’estate col suo sesso scoperto

Non era questo cielo di ormoni alla finale di una partita tutta loro

Certe mattine non lo meritavo nemmeno io

Quei giorni che ero indifferente come Milano

Quelle sere che ero battagliera come il sud

Qualcuno mi ha guardato con terrore

A lui forse dovevo dare il nome mio

A un muro, a una maglietta, a un figlio, a un fiore perdente come tutti i fiori. A una notte moribonda come tutte le notti.

A un bacio che era uno schiaffo ma è rimasto un bacio perché i nomi non si cambiano.

A una vita inconcludente lanciata per caso nell’ordine del mondo dovevo dare il nome mio.

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