Gratitudine

Caro I., non ti ho mai espresso nessuna gratitudine. Pensavo, in effetti, di non dovertene affatto. La passione, i rifiuti periodici, l’indifferenza, la tua ultima telefonata, quella voce irriconoscibile che parlava una lingua sconosciuta, la lingua dell’abbandono. Ho pensato di essere caduta all’inferno e che quello con te fosse un momento buio come le serrande abbassate che fissavo ogni pomeriggio al di là dello schermo appannato del mio computer. Quell’anno non ho visto nessuna luce, credo che i miei nervi abbiano risentito dell’assenza di sole. Ma anche i tuoi. Forse ci stavamo restringendo come le piante che raggrinziscono per paura della luce, l’adattamento secolare dei cactus con le loro spine.

Come facevamo a chiamarlo amore? Amore è illuminarsi, non brillare al buio.

Scusami, I. Scusa per non averti perdonato prima, per non essere passata leggera sulle nostre colpe di umani, per non aver messo in gioco quella tolleranza che addormenta l’istinto e che ci rende uomini. Scusami per essere stata selvaggia, per aver spintonato il tuo orgoglio fino all’orlo del baratro senza permesso.

Ero animale come lo sono i cuccioli felini, non bisognosa come i bambini. Un animale immaturo che non conosce il suo corpo, non dosa le forze, non capisce le conseguenze.

Non credere sia facile, non credere sia poco. Il dolore sordo mi spezza i muscoli alle gambe ogni volta che ci penso. Ma non è colpa tua, è colpa di diversi abbandoni – molti dei quali nemmeno li conosco – che mi porto sulle spalle da mille vite. Che tutti ci portiamo sulle spalle da mille vite, e che dio ci accompagni il giorno che ne prendiamo coscienza. Per impedirci di urlare a morte la disperazione.

Ora che sono cresciute le mie rose, ora che l’amore, quello vero, ha riempito tutto quello che ho intorno e lo ha fatto fiorire (a volte male, a volte piante sghembe, a volte fiori selvatici, ma pur sempre vita) realizzo che non ti ho mai detto grazie. Grazie per il tuo tempo, semplicemente. Grazie per avermi ascoltata quando non c’erano segnali stradali per me nella tua strada, per aver tenuto le mie urla nelle tue orecchie quando non c’era punteggiatura prevista per me nella tua storia. Grazie infinite per quel pezzo di cammino amputato, caracollante, doloroso, pieno di vesciche in cui ci siamo fatti lo sgambetto un milione di volte, invece di darci il braccio come sostegno. In cui siamo stati investiti più volte dalla paura alla quale dobbiamo essere grati come a una madre premurosa.

Due rifiuti maledetti che credevano di saper tutto e che non sapevano niente. Pagavo l’inesperienza, tu la superbia della passione e gli alti picchi della parola, una lingua bellissima e antica, mozzata a sangue non da una guerra, ma da quello che di buono ci sarebbe capitato nonostante noi.

Grazie per tutto quel dolore, perché solo oggi che sono fiorite le rose, e che sono anche morte dopo poche ore di troppa vita, mi rendo conto che lo conservo come una delle cose più care.

Quando ti rivedrò, I., tu sarai vecchio. Dico “tu” perché io mi rivedrò di nuovo bambina nell’incontrarti, arriverò zompettando su quel tacco 10 come un’adolescente alla sua prima festa da ballo.

Saremo circondati da tutti quelli che amiamo, proprio come in una festa, senza rancori, senza gelosie, senza memoria. Non ci nasconderemo, ci presenteremo a tutti, nessuno si chiederà come ci conosciamo, tutti abbagliati da quella luce di fiamme gemelle che ci accompagna.

Tu mi darai il braccio per salire un paio di gradini di fronte a un teatro del centro e io saprò che quello è l’unico brandello di memoria che ci tiene legati a questa vita.

Per quell’angolo di memoria e per la non memoria che ci aspetta, io ti dico grazie.

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Bambina che non sono io

Bambina che non sono io, abbi cura di essere ciò che vuoi. Non provare pena o vergogna per ogni re nudo, non fare mai compagnia alla regina sola, nemmeno dietro compenso.

Sii come vuoi, sii chi vuoi. Non credere di dover niente, non credere di meritare niente, ma fai di tutto per avere ciò che non meriti. È il diritto che devi difendere, non il possesso.

Non aver paura dei mezzi e dei motivi, bambina che non sono io. Dei primi perché sono nelle tue mani, sono tuoi. Dei secondi perché sono catene di zucchero.

Gioca e vivi senza timori, non c’è dio che tenga di fronte a chi gode, bambina che non sono io.

Quello che vuoi è sacro, per questo qualcuno proverà a bruciarlo, qualcun altro ne farà un altare feticcio. Diffida degli uni e degli altri.

Fingiti in compagnia, sentiti amata, sii sola, bambina che non sono io.

Lasciati sempre qualcosa in cui non essere brava, qualcosa in cui essere pessima, un punto in cui essere brutta, un rancore nascosto che ti ricordi l’imperfezione.

Non vorrai mai niente solo per te, bambina che non sono io. Quello che vorrai farà bene a chiunque.

Allora imbroglia per averlo, perché quello che vuoi tu è quello che serve al giocatore del tuo tavolo. Solo che lui non lo sa.

Non aver paura di sapere più degli altri, non farti intortare dalle fregnacce contemporanee sull’uguaglianza. Non siamo tutti uguali. Guardati, guarda gli altri. Ognuno ha bellezze e mostruosità in punti talmente diversi che nessuno potrebbe mai dire a questo mondo “quel che tuo è mio”.

E io lo so bene perché quel che tuo è mio, bambina che non sono io.

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Fuji

Che cosa fanno i marinai della grande Onda di Hokusai? Veleggiano ansiosi? Hanno paura di morire? Godono dell’emergenza come fanno i marinai bravi con la tempesta?

Non c’è altro modo di crescere, per i marinai, della tempesta. Il loro triste destino è scritto quando rientrano in porto perché vuol dire che hanno perso la partita con la maestosità.

Bisogna morire per meritarsi la vita, così ci hanno insegnato. Che religione è mai questa, che dio è mai questo. Del cielo ho sempre avuto paura, di tutto ciò che è grande ho paura. Ma non ho più paura di chi si sente grande.

Dov’era il potere quando ne avevo bisogno? Ora un piccolo potere si nasconde nel mio orecchio, o nell’ombelico, a volte tra i capelli. Lo tiro fuori solo a volte, solo con qualcuno.

Lo centellino.

Funziona. I peggiori hanno paura, i codardi, chi ha qualcosa da nascondere. I migliori lo guardano con ammirazione e anche un po’ di stupore.

Ma tu non sei nessuno, sembrano dire i loro occhi.

Ma appena lo pensano, come in un’alchimia, io divento il Re.

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Demone

Oggi ho parlato col demone. Sembrava annoiato, sedeva con le gambe penzoloni come chi non ha voglia di vivere. Gli ho chiesto se era ancora lì, che è una frase che non vuol dire niente, ma glielo chiedo ogni volta che lo vedo lì per sapere se me lo sono inventato, se c’è davvero, se devo realmente parlarci.

– Sono troppo educata, se stai qui e mi guardi in quel modo sento di dover riempire il vuoto. Non riesco a ignorarti.

– Non è per educazione che non riesci a ignorarmi, è perché sono carismatico.

– Tsè. Tu. Ma se ti ho lasciato andare via ormai molto tempo fa.

– Credi di avermi lasciato andare. Invece sono lì, lì dentro – mi ha detto indicando il mio petto -. Solo mi annoio, non parlo, non disturbo, mi faccio piccolo piccolo.

– Ti ho fatto io piccolo piccolo, Dem. Te lo ricordi quanto rompevi qualche anno fa? Sembrava che al mondo ci fossi solo io, sembrava che prendermi sul serio fosse la missione della tua e della mia vita. Che palle.

– E ora? Ora che sei piccola anche tu, insignificante per te e per gli altri, ti senti meglio?

– Moltissimo. Non ho nessuna responsabilità, sono libera.

– Sei libera ma qualche volta ti faccio il solletico. Ti ricordi a teatro, mentre Calabresi raccontava degli anni d’oro del suo giornale? Lo sentivi quel prurito alla bocca dello stomaco? Non era fame, bella mia. Era fame di vita. Anzi, nemmeno. Io e te sappiamo cos’era.

– Non mi fai paura, non ho più paura del vuoto.

– Ma che dici, se stiamo parlando solo per riempire il vuoto che senti quando ti guardo intensamente e sto zitto.

– Ok, Dem. Hai vinto tu. Che vuoi?

– Te. Voglio te. Voglio che mi lasci libero di scavarti dentro come una vipera, infilarmi negli antri delle tue costellazioni familiari, dei tuoi sogni, dei tuoi pensieri. Che mi lasci accendere un fuoco per riscaldarmi lì dove ho lasciato la cenere a pruderti ogni tanto. Voglio che prendi fuoco, che splendi, che ti innalzi sopra ogni senso. Voglio che chi ci guarda sappia che non può stare affianco a te mezz’ora in una stanza chiusa senza autocombustione. Voglio possederti come un bambino fa con il peluche della notte, e come un amante geloso fa con il suo amore.

– Non ci penso nemmeno, caro. Questa cosa non ci è riuscita. Colpa della scarsa voglia di vivere. Non mia, del mondo rispetto a me. Ora per esempio ho molto sonno, ti prego di andare via.

– Ma non avevi molto da lavorare?

– No, ho bisogno di dormire.

– Una volta non dormivi mai. La passione ti divorava.

– Ora sono io che divoro lei, quando e se lo decido io. Ho detto no al farmi possedere

– La possessione ha l’ossessione dentro. Ma quella ti è rimasta.

– Tu dici? Vedremo.

– Io intanto mi mangio un po’ delle tue idee, sono goloso, non ne posso più di queste briciole che mi lasci.

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Ora o dopo

Non mi piacciono quelli che ti guardano solo per sapere se sei viva o morta.

Non mi piacciono quelli che ti chiamano solo per sapere dove sei.

Di questo passo sarò viva in un posto, morta in un altro.

Ogni volta che me lo chiedi mi uccidi tre volte.

Una perché non so dove sono

Due perché tu lo sai

Tre perché non me lo sai dire.

Oggi sono la caravella sbagliata, quella che non ha scoperto niente, il secondo posto sul podio, il palazzo della Stasi a Berlino Est senza più spie.

Cosa è accaduto da farci rimpiangere l’ansia?

La terra che tremava prima di ogni bacio e non solo dopo?

Che brutta storia lavorare tra le parabole senza una morale.

Che brutta fine lavorare tra parabole che non insegnano niente.

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Scriviti un’altra storia

Ha gli occhi di un ragazzo e i capelli di un uomo. Sembra triste anche quando non lo è, felice anche quando non c’è nulla per cui esserlo. È esperto in delusioni perché non è mai quello che vuoi.

Puoi immaginarlo con una canna da pesca che guarda il mare scuro, dondolante o davanti a un computer a scrivere poesie che lui chiama lavoro. Pesca parole che non leggo più, da quando non si può aver tutto.

Gli puoi dare tanti nomi e te li rifiuterà tutti. Altro non gli interessa che quella piccola voce che lo riporta indietro. Non andrà avanti mai, ma non sarà mai un problema. Basteranno quelle frasi una in fila all’altra sul giornale la domenica per dargli sollievo, basterà che la piccola voce sia vicina.

È lì ma non è lì. E questa trasparenza non l’ho mai amata. Mi ha riconosciuto e io non lo aspettavo, o mi ha schifato quando ho desiderato solo lui.

Dammi tregua, chiamati con un altro nome, scriviti una storia che non abbia occhi di fanghiglia, che non mi venga addosso curiosa nella notte, che non mi faccia tremare le clavicole quando sei intorno.

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Il segno meno

Caro stelo del mio fiore, è il segno meno a fare la differenza. Come hai fatto a non capirlo finora? A quali maestri hai dato quei capelli così morbidi? Sono passati incontabili anni dai muri scrostati su cui ti ho appoggiato, dai b&b diroccati in cui non ti ho mai invitato, dai cani con la coda schiacciata da un’auto che urlavano pietà. Sono passati millenni da quello che non va.

Incontabili o solo migliaia. Eravamo determinati a tutto, tranne a quel determinismo. Al destino dei ricchi. Andiamo avanti per accumulo, chiamiamo figli un po’ tutto, anche i successi degli altri. E invece non dovremmo, perché siamo marchiati dal segno meno sin dalla nascita.

I sacrificati felici.

Gli sconfitti ricchi.

La nostra era una guerra che si poteva vincere solo perdendo. Hai ragione, amore mio, mia terra, non esistono guerre così. Guerre che si vincono nascondendosi nel fango e dal fango… costruire.

Non sento più nulla. Ho perso l’udito per paura che in un giorno di temporale, con l’aria già elettrica che trema, tu possa chiamarmi a squarciagola con quella frequenza che ricordo tra le scintille dei tram. E che per quanto sia lingua introducibile la tua io possa preferire quel baratro a questa giostra e di quella guerra vedere la differenza.

Mi sono strappato un senso perché tutti gli altri non mi riportassero indietro.

Le cose finiscono senza un saluto, senza una divisione, senza un’aggiunta. Le cose finiscono senza.

È il segno meno a fare la differenza, ma è sempre fare a meno che ci martella la memoria.

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A cosa ho dato il mio nome

A cosa ho dato il mio nome?

A nulla e nessuno

Non era degna una pianta, e nemmeno un fiore

Non era una giornata da rivivere o un obiettivo raggiunto

Non era il vuoto dell’estate col suo sesso scoperto

Non era questo cielo di ormoni alla finale di una partita tutta loro

Certe mattine non lo meritavo nemmeno io

Quei giorni che ero indifferente come Milano

Quelle sere che ero battagliera come il sud

Qualcuno mi ha guardato con terrore

A lui forse dovevo dare il nome mio

A un muro, a una maglietta, a un figlio, a un fiore perdente come tutti i fiori. A una notte moribonda come tutte le notti.

A un bacio che era uno schiaffo ma è rimasto un bacio perché i nomi non si cambiano.

A una vita inconcludente lanciata per caso nell’ordine del mondo dovevo dare il nome mio.

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Omaggio

Mi sono tolta gli occhiali

E ho visto che eri lì

Due colpi di mascara

Un colpo solo ai jeans

Ci separavano solo due PC

E una scrivania malandata

Centinaia di cavi arrotolati

Ma forse quelli ci hanno unito

Un tempo infinito con lo sguardo alzato

Non mi era mai successo di non buttarlo giù

Abbiamo giocato a chi rideva per primo

Ma non ha più riso nessuno

Era serissimo quel groviglio di cavi

Erano serissime quelle tue pupille nere

Che scavavano senza permesso

Un patto di sangue combusto

Un sigillo di anima rafferma

Solo i miei occhiali son rimasti lì

A ricordarci com’era bruciare vivi nell’errore

Hanno visto tutto

Anche i gonfiori delle vene.

Ancora me lo rinfacciano ogni notte.

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Il gioco e la forza

Quando ero bambino pensavo che tutto fosse mio. È normale, direte voi. I bambini non conoscono i confini, per loro i limiti sono fili che tengono insieme la curiosità. Ma allora perché dicevo “mio”? Se non avevo il senso del confine, della proprietà, che motivo avevo di usare un possessivo che mi hanno insegnato molto presto?
Forse i bambini sono cattivi.


Io non potevo non guardare qualcosa e pensare che non fosse mia. Mia per me. Mia accanto a me. Mia dei miei occhi. Del mio sguardo, delle mie mani, della mia bocca per mangiarla. Succedeva per ogni mattoncino lego, per ogni gioco nuovo di mio fratello, per ogni gonfiabile del parco.
È mio, e se tu ci giochi lo fai perché te lo permetto.
Ridevano tutti quando indicavo le cose e dicevo “mio”. Strano che io me lo ricordi, non si elaborano ricordi coerenti prima dei due anni. Ma io quel gioco lo ricordo: ricordo le ovazioni, gli applausi di mamma, papà, degli zii. Ricordo che continuavano a chiedermi ossessivamente di chi è questo? indicando qualunque cosa per sentirmi dire è mio.
Nel frattempo sono diventato grande, ho avuto tutto quello che volevo, ma ieri sera mi è capitato di pensare a quanto doveva essere insopportabile quel bambino che continuava a dire è tutto mio.

Tanto per cominciare mi sono accorto di non aver mai imparato a chiedere il permesso. Posso giocare? Posso andare? Posso avere? Posso?
Non so neanche come si fa, non me lo ricordo più come si chiede qualcosa che vuoi. Ricordo solo quel saltello del cuore quando ti capitava a tiro un bel giocattolo a casa di un amichetto e lo afferravi dicendo “è mio”.
Ci penso ora mentre sorseggio un caffè e aspetto che lo studio si riscaldi. È sabato, ci sono solo io, ho dovuto accendere i riscaldamenti sul tardi. Aspetterò un cliente, per un appuntamento lungo tutta la mattinata.

Nel frattempo ho mal di stomaco. Penso a Daria, non ho mai chiesto il permesso nemmeno a lei. Ieri mi ha detto no. Un ennesimo no. È la donna dei no. Mi hai dato le date sbagliate, io in vacanza coi tuoi non ci vengo. Il suo no era per metà colpa mia ma che rabbia ragazzi, che rabbia cieca. Un no ti fa male sempre, il suo poi è tagliente come un bisturi. Diventa insopportabile, strafottente, vorresti urlarle contro. Mentre pensi “deve cedere lei” senti cingolare l’armatura delle sue ragioni, che si prepara ad andare in battaglia.


E così sciaf. Con rabbia. Non ho voluto nemmeno discutere. Eravamo a letto e la sua coscia destra mi stava vicino, bianca e nuda. Ho solo fatto cadere la mano, così mi sono detto mentre restituivo la forza all’istinto, invece di dargli in pasto il controllo. Suono forte, mano pesante. Mi era già capitato di farlo. Io e Daria giochiamo spesso così, soprattutto a letto. I rumori che fa la pelle quando la tocchi, la percuoti, i sensi, i modi, i rossori. Lei ride, gridacchia, dice smettila mentre ansima. E ci piace, ci piace tanto. Lo so, anche se non gliel’ho mai chiesto.

A dire tutta la verità io e Daria giochiamo spesso con le mani, ma mai durante una discussione. Avremmo dovuto scoppiare a ridere entrambi. Ma non è andata così. Qualcosa in quella mano aveva scansato il gioco, le dita non erano le stesse che stringono lievemente il collo tra le risate durante un amplesso, il rumore non era quello della pacca sul culo di quando andiamo a cena nel suo posto preferito e lei indossa il vestito blu. non so cosa ci fosse di diverso, quale materia organica aveva cambiato il gioco in violenza. Ma quando ho guardato quella macchia rossa che si irradiava sulla sua coscia intorno alla forma lasciata evidentemente dalle mie dita e poi ho guardato Daria, senza alcuna espressione, pietrificata, ho capito che il discrimine tra la mano e il gioco era lei. Il suo umore, la sua scelta, il suo pensiero, la sua decisione, la sua presenza. Il suo capriccio, se necessario. Lei era viva, esisteva, la mia libertà finiva improvvisamente dove iniziava la sua. Quella coscia non era una mia libertà. Non avevo mai avuto un giocattolo così vivo, così “mio” e così poco mio.

Ho riso, cosa dovevo fare. Ho finto di scoppiare in una risata isterica, mentre sapevo benissimo di star sprofondando improvvisamente in un buco nero in cui per gli attanti della stanza io non ero mai stato un avvenente avvocato di successo sulla trentina e nemmeno un bambino viziatello e arguto che dice “mio!” a tutto. Stavo scomparendo a me stesso, i miei arti si dissolvevano, l’imbarazzo mi consumava.


Gli occhi di Daria mi restituivano infinita pena e disgusto per un ragazzino istintuale che deve risolvere le cose così. Dev’essere in quello sguardo che ti restituisce povertà che si nasconde il mistero del consenso, di cui parlano alcune delle clienti dello studio. Esplicito, non esplicito, alluso, all’uso dell’amante, ad uso del marito, abuso del passante. Io non ho mai chiesto a Daria il permesso per nulla. E non perché come vogliono farmi credere i mariti delle mie clienti, perché il permesso, la domanda, la richiesta smorzano il romanticismo. No. Non chiedo perché penso che nemmeno lei lo chiede a me. È la mia personale visione di parità. Ma vincono secoli di storia in cui alle precedenti Darie nessuno ha chiesto il permesso mai. Dovrei chiederlo ogni giorno, per compensare.

Lo dirò a questi imputati di provincia, che le loro donne hanno ragione. Dirò a Daria scusa, lo apprezzerà. Mi toglierò dalla faccia l’espressione maddai è una stronzata, non te la puoi davvero prendere per una pacca sulla coscia che non mi abbandona da ieri.

Ma come faccio a dire a quel bambino fatto di pancia e istinto che quel Lego che gli vive accanto, con cui gioca, ride, scherza, ama, non è davvero suo. Che nulla è suo, che la conquista è ormai una stronzata. Che bisognerà inventare un romanticismo nuovo, un possessivo che non ha me stesso dentro.

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