Ho visto la luna abbracciarmi

Ho visto la luna abbracciarmi
Non aveva i tuoi capelli neri
ma raggi profondissimi
Nessuna ansia di arrivare
ma una sottile e precisa indifferenza
Non le ho detto chi sei
E nemmeno come ti ho trovato
Sapeva già delle tue dita lunghe
A volte ruvide senza alcun motivo
Sapeva allungarsi come te, infilarsi
Nelle mie fessure, forse crepe
Come l’acqua l’aria il fuoco e la terra
se è vero che la terra si infila ovunque
solo quando si sfalda
Mi ha detto che la luce del mondo
dovrebbe essere solo bianca
E io ingenua e insieme morbosa
Le ho chiesto da dove entra la luce nell’uomo
Se è tutto chiuso dentro un involucro bellissimo
È bello ma soffre, mi ha risposto
Il profondo è quasi sempre buio.
Ma tu credi solo a chi non lo sa,
E non dirglielo mai.

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Confessioni e sacramenti

Sogno i vivi come se fossero morti. Freddi, insensibili, razionali. Citatori di Abraham Lincoln e che non danno spiegazioni ai guizzi dell’anima.

Ma vogliono confessioni, con il sarcasmo dei preti stronzi.

Provo a scrollar loro le spalle, coperte da giacche bianche di scena, ma loro non escono mai dal personaggio, solcando il palco con solennità un po’ ridicola, a tratti disarmante.

Chi mi ha ferito vuole ferirmi ancora e ancora ci riuscirà, dopotutto gli ho visto incendiare con gli occhi macchine e persone. I tempi di uccelli rapaci agli angoli delle finestre sono finiti ma le connessioni dei pensieri, le risonanze marchiate a fuoco mai.

Sulla loro carta d’identità, la citazione di un libro, siamo solo quello, l’ombra finta e ridicola di ciò che i nostri occhi vedono quando aperti.

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Disfunzionale

Di tutto quello che non riesco a capire, al primo posto c’è la felicità. Quel senso di vuoto leggero che ti culla senza conseguenze è ciò che secondo me più somiglia al nulla. 

Non è soddisfazione e non è compiacimento, non è adrenalina è nemmeno eccitazione, non è l’innamoramento cretino.

Se il vuoto in natura esiste, questo è la felicità. Ed è con dolce fatica che quelli come noi possono abituarcisi e devono farlo se vogliono rimanere vivi.

A tutti i tenebrosi della mia vita, addio. Saluto con onore i pomeriggi passati a consolarvi e a farmi asciugare ferite di guerra, e quelli passati a farmi film che finiscono male, a immaginare prima la fine e non ricordarmi l’inizio… A tutti voi che con me avete alitato negatività sull’immaginazione, addio, devo cambiare sponda.

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Plastic Flowers

Ti ho parlato tutta la notte.  Tra me e te, la tua famiglia e la mia compattezza. Conversazioni sul nulla, il più e il meno. Più e meno che suonavano assurdi per chi è abituato al baratro e al paradiso. Ma non siamo più due estremità, siamo entrambi al centro di qualcosa.
Intorno a noi solo un senso del dovere puro e pacificante, il sollievo delle nostre giornate scelte, o che scelgono noi. Quello che credevamo di odiare, e che invece è la coccola sfuocata dell’anima.
Unica trasgressione un dito in bocca, che forse era un sogno nel sogno, mentre qualcuno di sbiadito mi portava un caffè sul tuo divano.

Ci è piaciuto così, infine.
Bella casa, comunque. Luminosa, ciò che è strano per uno che ha fatto per qualche tempo della tenebra un parco giochi.

Nessuna colonna sonora nel sogno, niente a colpire nel segno. Non c’era Springsteen delle piccole liti, e nemmeno Neil Young delle paci passeggere, non c’erano i NOFX dell’incompatibilità e non c’erano i de gregori delle malinconie e dei vuoti delle domeniche in campagna padana.  Nessuna colonna sonora in 8 ore, se non battiti e silenzio. Molte parole ma confuse, perché tra noi non abbiamo mai saputo parlare di qualcosa che non sia grande e universale.

Grazie per l’ospitalità, e complimenti, hai ancora tutti quegli splendidi ricci in cui incastrarsi. Io invece ho chiuso le crepe in cui qualcosa si può incastrare, e mi sono svegliata con l’amaro in bocca e il sollievo in testa.

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How at my sheet goes the same crooked worm (2)

Katiuscia ha paura delle porte chiuse e Silvia dei motori dell’aereo quando non rombano col suono giusto.
Io ho paura di farmi male da sola, con un accendino, con un taglierino, con la carta.
Alex ha paura di morire e Maria ha paura di guarire.
Francesco ha paura di venire troppo velocemente quando fa l’amore, Alessandro di non essere troppo svelto a baciare.

Se contassi il tempo della vita che passo ad avere paura, con le sue infinite declinazioni di ansia, balbettii, fughe e crateri nello stomaco, avrei bisogno di un’altra vita per recuperarlo.
Ma le uniche cose che ti ammazzano davvero, in fondo, sono quelle che non ti farebbero mai paura, anzi ti ammaliano e ti seducono e stanno lì a guardarti mentre ti graffi la vita a sangue.

Una storia finita con una telefonata.
Un lutto.
Un aborto.
Un figlio indesiderato.
Un licenziamento.
Un senso di colpa.

Sappiamo risollevarci da tutto, ormai. Resistenti, Resilienti e viva le nuove identità e le nuove qualità.
Ma non sarebbe meglio a tratti restare per terra e godersi la festa dei vermi? Di tanto in tanto la prospettiva dei vinti. O dei morti.
Imparare l’umità, prima di alzarci con il nostro pane quotidiano di polemica buonista contro la voglia tutta umana di stare al mondo a ogni costo.

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Quando non c’è niente da salvare

Anni fa mi sono iscritta alla newsletter di VDC – Violations Documentation Center in Syria, perché avevo deciso che era giusto ricordarmi – con dati di prima mano e sul campo – di quello che avveniva e che sta ancora avvenendo da quelle parti. Periodicamente mi arrivavano i report sui morti, sugli attacchi, statistiche sui diritti fondamentali violati, sia in arabo che in inglese, senza grafica, senza fronzoli, solo testo. Non li leggevo tutte le volte, lo ammetto, tuttavia erano un aggiornamento sì faticoso e doloroso ma molto utile.
Da un po’ queste newsletter cominciavano a diminuire progressivamente. Non mi occupo più di giornalismo e così ci ho messo qualche settimana ad accorgermene, e quando me ne sono accorta sono andata a cercare spiegazioni prima nella mia cartella spam, poi sull’effettiva mia iscrizione alla newsletter. Ma il problema non era niente di tutto ciò, quei dati non arrivano più o arrivano con molta lentezza (e non posso nemmeno immaginare con quanta fatica) perché non c’è più nessuno a fornirli. Cittadini, ONG, giornalisti, esperti sul campo. “Sono dovuti fuggire” o sono morti.
Dove c’è la guerra sono in corso una crisi, un’emergenza e una tragedia messe insieme, ma dove c’è una guerra che non si può nemmeno raccontare, con il peso dei numeri, dei nomi, delle storie, delle fotografie, è in corso più di una tragedia, è l’inferno in terra.
In definitiva non è vero che non ci sono tragedie più o meno vicine o tragedie di serie A e tragedie di serie B. Ci sono, e dovremmo capire una buona volta che questa tragedia è più grave delle nostre. Per mettere una fine, quantomeno, anche se questa piccola stupida esperienza mi sta facendo capire quanto non sia proprio rimasto più niente nemmeno da far finire.

Buon lavoro VDC, anche se ogni report è un miracolo : http://vdc-sy.net/en/

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Freud in utero

Ci sono persone fatte per il miracolo della morte e persone fatte per il miracolo della vita. 

Se una persona fatta per il miracolo della morte, fatta per perdere, per il connotato della disillusione, fa una vita, quella vita è già morta prima di nascere senza saperlo. Lo si fa, ma è sbagliato.

Se una persona è fatta per il miracolo della vita, fatta per dare e per nascere, capace di cogliere ogni raggio di sole, non può perdere, non può capire il male profondo, visitare l’inferno la notte insieme a quella fatta per la morte. Se perde, se si fa male, è come se non fosse mai accaduto. L’oblìo e l’ignoranza sono il suo luminoso destino.

Dopo avermi conosciuto, aver preso per mano il labbro che trema, come fai ancora a portare gli occhi bassi come si porta un vestito troppo strappato per farlo vedere in giro?

Davvero non lo so. 

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Intorno

Sono nata in provincia, in una provincia ospitale. Ho capito che basta guardarsi intorno, né davanti né dietro, per vedere l’orizzonte e l’infinito.

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Troppo coraggio per niente

C’è una me che è morta il giorno che te ne sei andato. E una me che è nata da quella cenere.

Se le due oggi si incontrassero non si riconoscerebbero, l’una si scosterebbe dall’altra per l’odore che emana, così diverso dal suo.

Ma avrebbero più rispetto della vita di quanto ne avevamo noi, e si direbbero Addio.

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Tana per te

Per ogni volta che ho straparlato di fronte al tuo silenzio attonito e per ogni volta che ho capito tardi che quel silenzio era la cosa giusta da fare, la cosa giusta da essere.

Per ogni tuo sorriso impastato al mattino e raggiante alla sera.

Perché hai fatto diventare una cosa piccola mille cose grandi.

Perché giochi con quello che è mio, e me lo restituisci sempre più intero di come era prima.

Perché mi restituisci intera a quello che c’era prima di te.

A volte mi chiedo cosa c’era prima di te, e mi rispondo che non ci sono mai stata io, che forse l’autocoscienza inizia quando inizia l’amore.

Se il mondo vedesse l’angolo delle tue labbra quando dormi , conoscerebbe la pace. Come l’ho conosciuta io, quando mi insegnasti che il gioco vero non è nascondersi, ma farsi trovare.

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