Centomila

Questa è la mia canzone della mancanza. Era lì per caso, una sera, all’Auditorium Parco della Musica, un attimo prima che succedesse una cosa. Poveraccia, ci è finita per caso. E si è portata addosso un peso specifico disgraziato che non merita.

Da allora mi culla, mi accarezza i capelli quando la mia testa dondola pesante sulle sue gambe e toglie cenere dai miei organi interni con un cucchiaio e gesti leggeri.

La mancanza è quella cosa che se non la conosci, non ce l’hai. La mancanza è quella cosa che ti immobilizza le gambe su un marciapiede e devi sperare sia un marciapiede perché se sono le strisce pedonali, son cazzi.

La mancanza è quella cosa che ti scava tanto a fondo, come un becchino cieco, finché non ha trovato quel granello di polvere di esperienza che ti era rimasto lì. E te lo fa risalire in gola ovunque si trovi.

Vorrei avere centomila corpi con dentro centomila anime, centomila voci e centomila piedi per essere dove sono tutti quelli che mi mancano, anche lì dove non si cammina. Solo per far loro un saluto, dar loro un abbraccio, in un mondo in cui un abbraccio e un saluto sono graditi sempre, mentre un’altra me sta facendo la stessa cosa da un’altra parte. Potrei prendere un caffè con l’amica in vacanza e contemporaneamente giocare a calcio con mio cugino, potrei amarti e contemporaneamente dissertare di cose pubbliche su un muretto, private in una camera d’albergo.
Essere così piccoli, essere così poco è un’ingiustizia in un mondo così grande, in un mondo così “tanto”. Scegliere sarebbe stato corretto se avessimo avuto centomila vite, pensavo.

Invece no.

Dio ha pensato proprio a tutto. Se avessimo davvero centomila possibilità, ci ritroveremmo con centomila mancanze.

Quando nei film il protagonista in cravatta e una pistola in mano o in tasca guarda dritto davanti a sé, mangia il mondo con gli occhi stringendo le palpebre e dice sottovoce “io non dimentico”, è sempre una cosa bella. Se non bella, vitale e propositiva, come è vitale la vendetta.

Io, nel mio film quotidiano, sono quella che si butta sulle panchine bagnate, si mette la testa tra le mani e piange un “io non dimentico” volendosi strappare dal collo il difetto più grande, quello dell’accumulo di vita.

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Impopolare

Non c’è slogan più triste di quello che ti intima di essere te stesso.

Un retaggio egoico, costruito con lo scopo di lasciarci soli, di renderci difficile la vita, per lo più la vita insieme.

Essere se stessi è il passo precedente al “io sono così” usato come giustificazione a qualunque azione, delitto, pensiero, comportamento.

Perché essere se stessi se si può ogni giorno essere qualcosa di meglio? Perché comportarsi come si vuole se ci si può semplicemente comportare bene secondo i canoni prestabiliti?

Perché non omologarsi a quello che c’è di meglio invece di distinguersi per la solitudine e la difficoltà che mettiamo al mondo?

Perché essere la sabbia che intoppa e non l’olio che fa scivolare bene le giornate?

Per molti di noi non è naturale sorridere, non è naturale un bel sano gesto ipocrita quando vorremmo prendere a schiaffi qualcuno, non è naturale mantenere il contegno quando si vorrebbe contorcersi e sbraitare. Eppure lo facciamo, perché siamo adulti e ci è richiesto – per vivere bene e fare del bene – essere falsamente migliori di come siamo nati. Di come siamo stati ieri.

È faticoso. Di più, è una guerra. Ma d’altra parte non abbiamo scelto noi di nascere. E di nascere chi più chi meno teste di cazzo.

Al menefreghismo preferisco l’ipocrisia. L’ipocrisia nasce come un esercizio falso, ma poi piano piano diventa vero e ci allena al buon viso e al gioco cattivo, sta a noi combinarli. Altre volte, è una dolcissima formalità che preferisco alle rispostacce.

Essere se stessi non ha mai portato nulla di buono a nessuno che conosco.

Ma bisognerebbe sradicare secoli di spot pubblicitari e incendiare infinite pagine di diario degli adolescenti perché lo capiate.

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Gravità

Ogni confronto col mondo da cui esci sconfitto ti insegna ad allinearti al mondo. Che è l’unico modo per sopravvivere.

Fingere ha senso. Fottere il mondo fingendo ha senso.

Ho un solo grande impulso che non dà pace a questo esperimento: la fretta. Fretta di tutto. Essere, fare, diventare. Stringere un cappio al collo del tempo, legarlo, dominarlo, sentirlo implorare pietà.

Quando sono nata mi hanno battezzato con una doppia dose di forza di gravità, perché mi tenessi giù senza volare mai. Quella e la paura di tutto fanno di me una persona quasi perfetta. Il prezzo da pagare non lo conosco, ma non pesa sulle casse della coscienza.

Io lo so chi può guarirmi con una parola, ma la sua principessa dai mille racconti è muta. E finché lei sarà muta io sarò malata. Di poco tempo, di molta fretta, di troppa vita.

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Mani gentili

A tante cose non mi è permesso accedere. A certe sottili connessioni. Alle mani gentili. Ai campi elettromagnetici dei tuoi sguardi. Non posso più scalare le montagne, e nemmeno le mancanze.

Ho assaggiato l’appartenenza, ma sono troppo adulta per immaginare il sapore di un bacio.

Le cose si fanno, non si dicono. Se esistono già, perché raccontarle? Se non esistono, perché raccontarle? Raccontare è una ricetta sadica, che farà sempre male a qualcuno.

Nessuno mi ha insegnato come si usa l’amore, nemmeno come riconoscerlo quando lo incontro, e così ne ho fatto un origami sbrigativo di regole che nessuno ha provato a sfaldare mai.

Ma il giorno che mi hai detto “abbiamo tutto il tempo del mondo” ho sentito scricchiolare tutte le pareti, esplodere i vetri e conficcarsi schegge nella schiena, l’edificio del tuo abbraccio accartocciarsi su se stesso, i polmoni raggrinzirsi, la testa scoppiare.

Ho aperto il mio origami e ci ho trovato la risposta “non può essere così”, ho chiuso l’aletta dell’aeroplano di carta e ho respirato di nuovo. Ma quando ho ricominciato a respirare tu non eri più lì.

Non eri lì ma sei rimasto nel punto tra la quinta costola e il polmone dove appoggiavi le dita senza premerle mai abbastanza. E ora devo mordere i giorni per non sentire dolore.

Non ho il coraggio di darti nemmeno metà della vita, e in questa fottuta ostinazione, te la sto consacrando tutta a tua insaputa.

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La differenza

Perché nessuno mi dà

le istruzioni per fare la differenza?

Né maestri né profeti

Buoni solo a usarmi da maestranza

Né amici né parenti

Buoni solo a ricordarmi sofferenza

Ma mai nessuno che mi dia

Le istruzioni per fare la differenza

Una volta era l’Africa

Ma infine si è sviluppata pure quella

Poi è stata la Croce Rossa

Ma il bianco non mi sta bene

E ancora dai la gioia a chi hai intorno

Ma non è bastato

Nemmeno il segno meno è bastato

A fare la differenza

Chissà se c’è una stanza

Dove ti insegnano a fare la differenza

Ci vanno solo quelli che non hanno paura

Dei costi del fare la differenza

Fare la differenza a tutti i costi

È ancora fare la differenza?

Vive bene chi vive ultimo

Perché avrà fatto la differenza

Forse anche l’avvocato, il medico, l’imprenditore

Avranno fatto la differenza.

Chissà se te lo dice qualcuno mentre muori

Che hai fatto la differenza.

Chissà quanto bisogna pesare

per fare la differenza.

Chissà quanto bisogna pensare

per fare la differenza.

Da lissù se ne fregano se con un bacio

Facciamo la differenza.

Ci vuole resistenza

Per fare la differenza?

Ci vuole la fisica, la matematica, la programmazione?

Ci vuole un gioco venuto male

Per fare la differenza?

Sono confusa e lo sarò sempre

Finché non avrò in mano la chiave

Per fare la differenza

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Il tuo aprile

Ciao sorella.
Non sai quante volte avrei voluto scriverti quando tu eri a Londra e io il tuo picchetto alla base. Ma non l’ho mai fatto. Ho fatto il soldato di frontiera, quello che guarda l’orizzonte con le orecchie cucite, che non riceve nulla se non con gli occhi. Quello che ha paura degli strappi, e se ne resta buono buono al confino.
E, allora, io, non ti vedevo.
Quindi non sapevo.
Non sapevo chi avesse il piacere di dividere la tua stanza, quale parrucchiere ti massaggiava i capelli, in quale parco davi da mangiare ai cigni. “Lo dico solo a te, nessuno sa con chi vivo” mi hai detto.
Non è mica pazzo a seguirti fino a lì, ho detto. Avrei dovuto farlo anch’io.
Ti amavo perché tu avevi avuto il coraggio di andare.
Ma ti ho amato ancora di più quando hai avuto il coraggio di tornare. Non ci siamo date nemmeno un bacio, forse per anni. Poi all’improvviso ci siamo date ogni angolo di pelle.
Vorrei poterti dire che è stato un colpo di fulmine, invece no. Tu sei quella che sceglie – che mi ha scelto – puntando il dito. Io sono quella che non sceglie mai, ma che accoglie sempre.
Sei stata il miracolo dai capelli lunghi che si aggirava intorno a me prendendosi cura del mio arto mancante.
Io sono quella che ti urla che non ti piace mai niente.
Tu mi bisbigli che a me piace tutto, ed è altrettanto strano.
Schifala pure l’incendiaria del romanzo americano, sorella mia, ma c’è più di te lì dentro di quanto non pensi. C’è la te del taglio maschio, delle sciarpe di lana e del torno a casa. Lo svedese alla fine sono io, con i miei legami sicuri e le imbragature pericolanti.

Il tuo gusto e la mia curiosità, la tua poesia e la mia musica di merda danzano da anni senza mai fermarsi, ci festeggiano, nonostante tutto.

Se avessimo vent’anni e fossimo sedute al giapponese di Porta Pia, prima di esplodere con le mani nei jeans al semaforo rosso, ti direi che non hai bisogno di scegliere sempre, che alcune certezze tolgono opportunità, e che quello con cui esci è così intimorito dalla tua bellezza che non gli esce dalle mutande per paura della sindrome di Stendhal.
Ma non ne abbiamo 20 e nemmeno molti di più e quindi ci tocca tenere l’equilibrio dei padri e la ribellione dei figli sullo stesso polpastrello, accontentarci del tovagliato non in tinta ma pretendere le scarpe abbinate al Valentino, essere impeccabili a lavoro, commosse a matrimoni e funerali, brave a fare l’amore e brave anche a non farlo, brave a parlare senza dire troppo, brave a dire tutto senza aprire bocca. Fingere alla vita che abbiamo davvero bisogno di qualcuno accanto.
A turno. A giorni. A serate. A periodi. A cicli di luna.
Non sai quante volte penso che non sono stata un bravo soldato di frontiera per te. Avrei dovuto prendere un binocolo e spiarti da lontano, guardarti le spalle invece del seno, ma non sono mai stata brava a invertire i ruoli e so che sarebbe stato un affronto al tuo contegno regale.
Avremmo dovuto fare un giuramento in quella sera d’estate sedute su quel gradino lurido.
Io ti avrei promesso di esserci e tu di tornare.
E si sarebbe capito da subito chi delle due ha più coraggio fuori dai banchi.

Ti amo,
A.

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La porta

L’irrealizzabile e l’irrealizzato
bussano alla mia porta
La porta che sta tra il torace e i polmoni
L’irrealizzabile preme forte lì, l’irrealizzato lo stringe.
Non sanno cosa dirmi, non conoscono la speranza.
Entrambi mi toccano sulla carne viva,
scintille sotto la pelle,
Fuoco che gli uomini non vogliono sentire
per paura della debolezza, dello scoperto dei nervi.
Quanto varrà poi quest’orgoglio che vendete al chilo?
Vale certamente più di me e del mio finto coraggio
che abbraccia le ginocchia di chi ama
Senza paura di far paura
Come Ulisse alla sua Dea in un giorno d’estate

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Manifesto del garantismo esistenziale

Io chiedo scusa e dico grazie. Spesso, forse più spesso di quanto sia realmente necessario. E se questo mi fa sembrare una polla, non mi importa.

Per me conta più l’umanità. Più di tutto, più di quello che l’umanità racconta, più di quello che pensa, più di come si veste, più di quello che smuove in me. L’essere umano in quanto essere umano. Nudo e senza sovrastrutture. Il composto vitruviano di ossa nervi e sinapsi.

Per me conta più l’umanità che gli animali. Non è vero che manca loro la parola, manca l’umanità. Conta più l’umanità degli animali perché conosco gente che schifa altri esseri umani in difficoltà davanti a sé e poi compra i croccantini migliori al proprio cucciolo perché non abbia mal di pancia. Trovo che sia facile amare gli animali più degli umani. Non hanno il potere di contraddire o di metterci davanti ai nostri difetti.

Dicono che io sia un’insensibile. Io. Dicono.

Sono una garantista esistenziale su molti aspetti. Se qualcuno fa tardi, può capitare. Se qualcuno si comporta male, mi chiedo chissà cosa lo ha spinto a farlo. Se qualcuno risponde male mi chiedo che guerra abbia nel cervello e mi chiedo anche quando chiederà scusa. Perché sono sicura che lo farà.

Sono tra quelli che se qualcuno cade, prima gli va incontro e poi, semmai, ride. Non viceversa.

Sono tra quelli che preferiscono dare, invece di ricevere. E che ricambiamo sempre al doppio quello che hanno ricevuto (o quantomeno ci provano).

Cretina, dicono. Ma voglio morire cretina.

Sono quella che porge l’altra guancia, ché altro non vuol dire che dare una seconda possibilità dopo l’errore.

Giustifico l’ignoranza, perché non sono mica la Legge, io.

Mi faccio fregare tante volte prima di spegnere un rapporto. Mi faccio dimostrare tante cose prima di aprire un rapporto. Perché ho bisogno di conferme in entrambi i casi.

Sfigata, è forse la definizione di questo.

Preferisco pentirmi di aver fatto qualcosa che di non averla fatta. Preferisco pentirmi di non aver detto qualcosa che di averla detta.

Sono spesso invidiosa della felicità. Ma mai perché non voglio che tu ce l’abbia, solo perché voglio avercela pure io.

Credo a qualcuno fino a prova contraria. Non importa se sbircio dal buco della serratura per trovare la prova contraria. Sono umana, e curiosa. Ma davanti a te, ti credo.

Amo fino a prova contraria. Che è difficile da spiegare, ma chi mi conosce, capisce.

Disperdo molte energie in questo tutti i giorni, sia per chi le merita che per chi non le merita. È automatico, quasi un riflesso, forse un dovere, e ciò non gli fa perdere importanza.

Per questo mi dicono nell’ordine polla, insensibile, cretina, sfigata.

Ma è il mio modo di essere umana, che mi ha richiesto costruzione e fatica. Non è il migliore, e nemmeno quello giusto, non è l’unico che conosco, ma è quello che mi sta bene addosso.

Solo che, a volte, mi fa sentire sola.

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My Poison, My Prison

[Lettera di Iris al Processo, 21.12.2009]

“Quando parlavo tanto Stefano storceva un po’ il viso. Contraeva vari muscoli, come ad alzare la guardia. Per fortuna questo accadeva visibilmente solo quando eravamo da soli. Il rapporto tra noi era difficile da spiegare, quelle stanze buie che profumavano di fresco erano una contraddizione. Il neon è asettico, il buio no, gli avevo detto la prima volta che mi aveva infilato in questa vicenda. Invece il suo era un buio pulito, affatto torbido come quando prima di lui spegnevo la luce per paura di non essere perfettamente depilata.
Stefano la chiamava la cura del buio, per me era la cura di tutto. Non è che non accendesse mai la luce, di notte lo faceva. Per violentare ancora di più la nostra percezione del tempo, per confonderci e giocare con le nostre due menti ballerine. Solo con la mia per la verità, lui nei nostri viaggi al buio era l’equilibrio. L’equilibrio vincente di tantissimi opposti che invece esplodevano nei giorni normali. Non so se chiamarli esperimenti, erano per lo più ricoveri. Ricoveri dalle inibizioni, dalle mancanze che a ognuno di noi venivano ogni giorno rimproverate.
Tutte le volte avevamo paura quando la porta della piccola casa in montagna si chiudeva dietro di noi, ma non c’era mai stata una volta in cui, tornando alle nostre scrivanie e alle vetrate aperte dei nostri rispettivi uffici, ai nostri mestieri ambiziosi buoni solo a succhiarci tempo alla vita, nella periferia di una città che avrebbe potuto essere qualunque città, tra studi cinematografici e concessionarie di auto, ci fossimo pentiti di quelle strane vacanze.
Quando la porta dietro di me si chiudeva, io chiudevo con quello che ero stata fino a qualche secondo prima. Ogni mio lato del carattere si modellava, ogni angolo del mio corpo si preparava all’abbandono, anche i nervi sembravano cedere. Stefano diventava un estraneo, un giocatore d’azzardo, un impiegato delle poste, un passante, un muratore. Non ne riconoscevo più la voce, l’odore, non sapevo che cosa avesse in mente, tra noi si creava un muro invalicabile che rendeva possibile la libertà.
La confidenza, l’amicizia, l’affetto non ci avrebbero permesso nulla del genere.
Senza formalità non c’è devianza. Senza la definizione e la categoria non ci sono né fuoriuscita né ribellione.

Lui non parlava. E io ho imparato a decifrare il silenzio. La stanza era piena di vuoti, l’aria era piena di vuoti, tra noi due c’era una prateria di nulla. Era stata la rassegnazione più difficile da raggiungere ma finalmente Stefano mi aveva insegnato a non aver paura dei vuoti.
Lo capivo da un movimento delle sue labbra che dovevo smettere di parlare, che da lì a poco la mansarda buia sarebbe stato il suo regno. E così stavo in silenzio, fingendo di dargli io un tacito via per cominciare il gioco.
A volte non sapevo neanche come ci ero finita seduta in ginocchio, con le mani dietro la schiena a soffocare un gemito di dolore misto a piacere sul suo parquet. So che sentivo il suo respiro caldo sul collo mentre mi legava e che mi sentivo a casa. In ginocchio, sottomessa, fisicamente umiliata, a volte nuda, mi sentivo potentissima, autoritaria, bella. Ma che cos’è in fondo la sindrome di Stoccolma se non una devianza dell’Amore? Se chi ami è il tuo respiro, allora il tuo respiro è di chi ami. A questo pensavo mentre cercavo di controllare l’aria nei polmoni, perché le corde non mi facessero sentire stritolata.
Suo il mio respiro, suoi i polmoni, i polsi, sua la mia mente, la bocca, la parola, suo il mio sguardo, i miei denti, i miei piedi.
Voi direte che sono blasfema, ma è quanto di più affine al Divino che io abbia mai conosciuto. Provateci voi tutti che credete assiduamente in Dio e che lo frequentate, a essere di qualcuno. A sentirvi ineluttabilmente in altre mani. Provatela voi la paura che ti fa bagnare di tutti i liquidi che hai in corpo all’idea di essere di proprietà del Potere.

Stefano è stato per molto tempo il mio atto di fede assoluto, l’abbandono al mondo, la fine del controllo. Chissà se i medici avrebbero saputo cosa fare, se Stefano avesse stretto un millimetro di più una delle sue corde. Me lo chiedevo sempre, non mi importava mai.
Ero un burattino di fili nelle sue mani. Lui mi aveva dato la forma, i colori, la grazia e la bellezza. Il sollievo, la serenità e una forma di determinazione paradossale.
La determinazione alla pazienza.
A volte sapeva precisamente dove premere per farmi aprire la bocca, le gambe, gli occhi o la mente. A volte sperimentava sul mio corpo quali nervi toccare per un tremore desiderato o per non farmi sentire il dolore. Qualche volta mi portava ai limiti del mio corpo, altre no, nonostante le mie richieste. “Il limite non è per tutti” mi diceva “e non va troppo provocato. Non è solo per superarlo che bisogna essere speciali, ma anche per corteggiarlo”.
Avevo finalmente trovato qualcuno che sapeva se ero pronta o no, che non mi lanciava contro tutto come facevo io con me stessa. Senza senso. Senza scopo, come una mosca impazzita sui vetri. Che era custode del mio destino a occhi chiusi per giorni. Nel tempo con lui tutto assumeva un significato diverso. La sottomissione e il dolore diventavano meditazione e pace, la scelta e il libero arbitrio si scioglievano come neve al sole. Non ero più mia, non ero più io.
Ero migliore. Mi rendeva più bella, più buona, più aperta a quello che il mondo poteva darmi, più sicura di me.
Ai giudici vorrei dire che non so se questa volta Stefano ha sbagliato, non sono mai stata in grado di giudicarlo. Come avrei potuto? Era il mio padrone, il mio idolo. Si è fatto prendere la mano, dite? Dite che quello che vi sto raccontando, quest’alchimia, questa Genesi biblica che ha fatto con il mio essere si può liquidare con “precedente penale”?

Di certo so che non era il diavolo a muovere le sue mani, ma dio.
Stefano era riuscito a creare una vita, a modellare una creatura, a spingere l’umano sentire oltre i limiti consentiti e a insegnargli i suoi poteri. Cercando di arrivare a quello che tutti cerchiamo dall’inizio del mondo, la dominazione della Natura Umana, nella sua mansarda aveva superato Victor Frankenstein, Faust, Prometeo, Galileo, Leonardo Da Vinci.

La sua cura e la mia dedizione, insieme, vi avrebbero risolto i mali del mondo, riportato l’anima alle cose, l’acqua ai mari, la pace alle tempeste.
Giuro che vi aiuterei a trovarlo, a trovare la sua colpa, se solo sapessi dove cercare.
Ma non posso, giudici. Perché con i nodi sui miei polsi, con le mani sulla mia bocca, lui mi ha insegnato un mondo senza colpa”

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Gender, prefer to self-describe

Avevo molto sonno e ho visto i mostri. No, non è esatto. Non è giusto che questa storia cominci così. Avevo molto sonno e ho visto mia madre.

Al mio risveglio sono andata in cucina ma mia madre non era lei. Era una mastodontica statua di cera, con occhi giganteschi, truccati di giallo e rosso, con sopracciglia fini e molto colore sulle gote. Rugosa e polifemica, ogni sua mano era grande quanto me. Non la ricordavo così, con quella voce stentorea e cavernosa, che sembrava venisse da un cuore lontano.

Un cuore che non avevo mai visto né sentito in lei, un cuore nuovo. Mi sarei divertita a cercare cosa rimaneva di lei in quell’involucro nuovo e assurdo dando voce al grande dilemma. Siamo l’involucro bellissimo che ci ricopre?

Rideva, era allegra, ma dava per scontato che lo sapessi. Che io sapessi che voleva un’altra pelle. Aveva le gambe enormi, quelle di un corridore africano con tendini e vene che disegnavano l’opera d’arte perfetta, la combinazione profonda tra il corpo che muore e la scultura che lo rende eterno. A tradirla il seno magnifico di chi ha ancora mondo da cui farsi scoprire.

Continuavo a fissare un rossetto stonato su mia madre che era anche mio padre, in quel preciso momento. Che era me, che era tutti i miei fratelli, che era Eva, Abele, Caino e Adamo. Che era il mondo fuori dalla definizione.

Quelle cose che vedi solo nei film, o nei sogni, se sei nata in un piccolo paese di provincia.

Quel giorno in cucina mia madre era questo, un monstrum, un prodigio di contraddizioni esplose, di cambiamenti repentini, di imprevedibilità del vivere, di energia nucleare pronta a esplodere.

Era arrivata dove gli dei, gli alchimisti, i veri genii non avevano saputo giungere, aveva scoperto come essere uomo e donna insieme, come creare la vita da sola.

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